Home Blog

Wrexham AFC: la favola hollywoodiana che rischia veramente di arrivare in Premier League

8 ' di lettura

Quante volte viene detto che le favole non esistono più. Nel calcio, ma anche nella vita di tutti i giorni. Quante storie emozionanti vengono soffocate dalla grigia realtà. Solo pochissime di loro resistono al passare del tempo e riescono a raggiungere il tanto agognato lieto fine. Una di queste trova casa pochi chilometri oltre la frontiera che separa Inghilterra e Galles, nella città di Wrexham.

Wrexham è una classica città dell’isola, sviluppatasi intorno alla sua storia e alle vene di carbone ormai secche da decenni. Il football è dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento centrale nella vita dei suoi abitanti: le miniere e il club, un’identità binaria imprescindibile. Tanto che i minatori facevano volentieri un massacrante doppio turno al venerdì per andare il sabato allo stadio; mentre il Wrexham AFC, quando giocava in casa, iniziava le sue partite 15 minuti dopo l’orario classico, per dare tempo agli ultimi minatori usciti dalle viscere della terra di arrivare al Racecourse Ground.

La storia ormai la conoscono quasi tutti. Nel novembre 2020 Ryan Reynolds, il famoso attore che presta il volto al supereroe Marvel Deadpool, e il suo amico e collega Rob McElhenney hanno annunciato l’acquisto del club della città. Il Wrexham AFC al tempo (e da tempo, dal 2008) militava nella National League, la quinta divisione inglese e prima delle leghe dilettantistiche. Essere nella non-League era uno smacco per il terzo club professionistico più antico dell’isola.

Reynolds e McElhenney dopo aver acquistato il Wrexham (foto by Sky Sport)

Il Wrexham aveva però corso rischi molto più grandi di quello di non giocare tra i professionisti. Per molti anni il club è stato di proprietà dei suoi stessi tifosi, corsi a salvarlo da una striscia di difficoltà finanziarie e proprietari avidi. Così l’arrivo di due star di Hollywood è stata già in sé una piccola favola. Ma c’è subito chi ha storto il naso nella orgogliosa Inghilterra: che ci fanno due ricchi americani in una fuligginosa cittadina del Galles? Cosa c’entrano con la sua storia, la sua tradizione? E cosa ne sanno davvero di football?

La favola Wrexham rischia di finire presto

Reynolds e McElhenney hanno avuto indubbiamente un pregio: non si sono mai nascosti, mettendo subito le mani avanti. Il loro progetto era quello di creare un prodotto per la tv (l’ormai famosa serie “Welcome to Wrexham”) e di prestare i loro volti per la promozione del club. Della parte sportiva non se ne sarebbero occupati direttamente, semplicemente perché non ne capiscono nulla: la dimostrazione è nei loro volti esterrefatti nell’apprendere che in Europa gli ultimi in classifica non fanno solo una brutta figura, retrocedono e perdono il posto nella lega.

Un’idea chiara a livello sportivo, però, Reynolds e McElhenney l’hanno espressa subito: il loro obiettivo non era solo riportare il Wrexham tra i professionisti, ma issarlo fino al gradino più alto della piramide, la Premier League. Un sogno, indubbiamente, una favola veramente difficile da immaginare, figuriamoci da realizzare. Nonostante la sua lunghissima storia e una certa esperienza continentale (in Coppa delle Coppe, in quanto spesso vincitore della Coppa del Galles), il Wrexham non è mai stato in Premier o in First Division. Il suo picco è stato a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, quando ha giocato quattro stagioni in Second Division.

La locandina di “Welcome to Wrexham”

Sarebbe una vera e propria favola. E come ogni storia fantastica che si rispetti, non è stata priva di difficoltà. Nella prima stagione che ha visto il duo di attori completamente in controllo, la 2021/22, il Wrexham è arrivato secondo in classifica a sei punti dallo Stockport County, dovendo così partecipare ai playoff per provare a salire di categoria. I gallesi sono stati sconfitti inaspettatamente in casa per 4-5, ai tempi supplementari, dal Grimsby Town. Un vero shock per tutti i supporter del Wrexham, una grande gioia per i tanti che avevano subito dichiarato inaccettabile la presenza di Reynolds e McElhenney.

Il risultato storico del Wrexham

La sconfitta nella semifinale dei playoff è stata ben documentata da “Welcome to Wrexham”. Anche prendendola con quel grano di sale da dover considerare in un prodotto televisivo, la serie tv ha mostrato tanti aspetti. Come per esempio la gioia delle persone, calorose fin dall’inizio verso i due nuovi proprietari. Ai diretti interessati, ai tifosi locali del Wrexham, poco importava che fossero americani o canadesi, attori o petrolieri. Uno dei cori più famosi del Racecourse Ground recita “Noone’s invested as much as a penny, bring on the Deadpool and Rob McElhenney”: per una città che non vedeva da decenni nuovi investitori, un attore della Marvel diventa ben presto un supereroe nella realtà.

Anche la passione di Ryan Reynolds e Rob McElhenney diventa evidente col passare delle puntate. Se i tifosi avversari non si fanno problemi a denominare il Wrexham “Disney FC” e a prendere in giro Deadpool nei loro canti, i due strambi proprietari non disdegnano di abbracciare la sfida e presenziare spesso al Racecourse Ground. Alle volte da soli, spesso accompagnati da altre star: dalla moglie di Reynolds, Blake Lively, al comico Will Ferrell, da Paul Rudd (altro attore della scuderia Marvel) ad assi dello sport come David Beckham e Tom Brady. Ma non importa chi sia con loro in tribuna: a ogni uscita, Reynolds e McElhenney dimostrano un attaccamento al club degno del sangue gallese più puro.

Reynolds e McElhenney festeggiano la vittoria della Championship (foto by BBC)

Un simile contesto, avvolto da complicità, passione, voglia di fare bene e tanto divertimento, è la base perfetta per far diventare realtà quella favola che ha rischiato subito di interrompersi. Così, dopo la prima dolorosa semifinale playoff persa, il Wrexham AFC ha ribaltato la narrativa. Primo in National League, secondo in League Two, secondo in League One: tre anni, tre promozioni di fila. Un back-to-back-to-back che ha scritto la storia del football inglese, mai nessuno era riuscito prima in questa impresa. Così, nella stagione 2025/26, i gallesi disputano la Championship per la prima volta dal 1978.

Come si costruisce una favola di successo

Qual è il segreto dietro alla scalata del Wrexham? Facile dare il merito genericamente ai soldi messi sul piatto da Reynolds e McElhenney. Senza un piano dettagliato, uno staff qualificato e un’idea di fondo a guidare le scelte, tutto il denaro del mondo non potrebbe permettere la riuscita di un’impresa sportiva senza precedenti. La riprova ormai si ha in ogni campionato del globo, dalla lega araba piena di star ma che ancora non regge il lume a una grande squadra europea, al Palermo che non riesce a guadagnare la Serie A nonostante l’arrivo del City Group.

Come abbiamo già detto, i due proprietari hanno delegato ogni scelta sportiva a dirigenti e manager di livello. A partire dall’acquisizione dell’allenatore Phil Parkinson: grande esperienza in Championship, ma anche in leghe inferiori, con promozioni alle spalle e il record di essere l’unico tecnico ad aver portato una squadra di League Two a Wembley per la finale di una delle coppe maggiori, la Coppa di Lega 2013 vinta poi dallo Swansea. Metà dell’opera è frutto di una dote economica maggiore delle rivali, fattore innegabile, e un organigramma societario importante.

C’è poi da pensare alla parte finanziaria. Reynolds e McElhenney hanno fatto indubbiamente bene il lavoro che fin da subito hanno perseguito, quello di marketing e visibilità del club. Il Wrexham è ora uno dei pochi club inglesi, e sicuramente l’unico al di sotto della Premier League, ad avere più tifosi all’estero che in madrepatria. “Welcome to Wrexham” è arrivata alla quarta stagione e ha vinto diversi Emmy Awards, diventando un fenomeno culturale negli Stati Uniti. Tanto da aver permesso al club gallese di andare in tournée precampionato in USA, giocando partite (sold-out) contro Chelsea e Manchester United.

Reynolds e McElhenney con Kaleen Allyn, direttore esecutivo del Wrexham e investitrice di minoranza del club (foto by Liverpool Echo)

I proventi di “Welcome to Wrexham” non sono mai andati direttamente nelle casse del club, ma la visibilità guadagnata ha permesso di stringere accordi con sponsor imponenti come United Airlines e SToK Cold Brew Coffee, un brand di caffè americano che si è impegnato con la squadra, per esempio, nella produzione di uno spot per lo spazio pubblicitario più ambito del mondo, durante il Superbowl.

Da non dimenticare che uno dei primi investimenti della nuova proprietà si è rivolto all’acquisizione del Racecourse Ground. Sappiamo molto bene in Italia cosa voglia dire avere controllo del proprio stadio e, soprattutto, dei suoi proventi: il Wrexham guadagna più di 5 milioni di pound all’anno solo durante i giorni delle partite. E se lo stadio è anche una fonte di costi (anche per la volontà di riammodernarlo durante gli anni, tanto che a dicembre 2025 sono in corso i lavori per costruire una nuova Kop da 5500 posti), la possibilità di ospitare nuovamente partite della Nazionale gallese e altri eventi di rilievo internazionale sopperisce a tutto questo.

Il sacrificio economico c’è, è indubbio. Al 30 giugno 2024 il bilancio mostra una perdita complessiva di 2,7 milioni di pound. Ma il Wrexham è stato capace comunque di ripagare in toto il prestito messo avanti da Reynolds e McElhenney, 15 milioni di pound, e ora è libero da ogni impegno finanziario. La base di proprietari nel frattempo si è allargata: il 15% delle quote del club è ora in mano alla famiglia Allyn, ex proprietaria del gigante dell’industria sanitaria Welch Allyn ceduto nel 2015 per oltre 2 miliardi di dollari.

Se annualmente il club registra perdite, non vuol dire che l’investimento iniziale di Reynolds e McElhenney sia stato fallimentare: i due milioni di pound che hanno pagato nel 2020 per acquistare il Wrexham si sono tramutati in una cifra molto più consistente. Il club gallese ora è valutato oltre i 100 milioni di sterline, alcuni analisti ipotizzano anche 150 milioni, un trend di crescita esponenziale che non sembra destinato a calare visti i risultati sportivi raggiunti.

Tifosi del Wrexham al Racecourse Ground

Arriverà mai il lieto fine per il Wrexham?

Una favola moderna, come abbiamo visto, non può reggersi solo su buone intenzioni e quel tocco di irrazionalità che fa immaginare di poter arrivare a raggiungere traguardi che nessun altro è mai riuscito a toccare. La storia del Wrexham AFC è fatta di scelte precise, rischi (spesso) calcolati, organizzazione meticolosa, investimenti sensati.

Ma la sua forza primaria sta nell’unire tutto questo con la passione, dei proprietari come di tutto il contesto che li circonda. Reynolds e McElhenney, per esempio, tengono particolarmente a dare personalmente il benvenuto a ogni nuovo acquisto stagionale (e ne sono tanti), ma anche di ringraziare ogni giocatore che lascia la squadra dopo aver contribuito ai suoi successi: i saluti riservati a due protagonisti come Ollie Palmer e Paul Mullin sono esemplari.

Vedere Wrexham stringersi ancor di più alla squadra dopo l’acquisizione ha qualcosa di magico. Tutta la città supporta il club, si presenta allo stadio, aiuta i giocatori e anche i due attori diventati proprietari di una squadra di calcio. Questa piccola località del nord del Galles è stata capace di trasmettere a un ricco canadese e al suo altrettanto ricco amico americano la passione ancestrale e viscerale per il football all’inglese, la sua storia, le sue tradizioni.

Riuscirà il Wrexham AFC a coronare il suo sogno ed entrare in Premier League? Nessuno lo può dire. La Championship è indubbiamente il campionato più difficile del mondo e spesso non basta fare tutto quello che si può nel modo giusto. Ma quella del club gallese di proprietà di Deadpool e del suo amico è indubbiamente una delle favole moderne di football più belle e avvincenti.

Il football a Wimbledon: dalla Crazy Gang alla rinascita dagli ultimi gradini della piramide del calcio

13 ' di lettura

Quando si arriva per la prima volta a Wimbledon non si ha affatto l’impressione di essere in un quartiere del sud di Londra. Le strade sono più strette e scevre di quel traffico persistente che imperversa a tutte le ore, le persone camminano con una calma che non è di casa nei quartieri scintillanti sulle rive del Tamigi. Il colore dominante non è il grigio acciaio o il rossiccio dei mattoni, ma il verde: quello degli alberi onnipresenti, dei giardinetti di ogni casa così tipicamente inglese, di un parco grande quasi quanto tutta la zona abitata.

La zona potrebbe essere scambiata per un borgo qualsiasi delle campagne dell’isola fino a che, percorrendo la tranquilla Church Road, non ci si imbatte in un edificio dalle grandissime vetrate e dalle mura ricoperte di rampicanti ben curati che esibiscono orologi dalla corona dorata: è il Center Court dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, l’iconico campo da tennis del club che organizza il torneo più famoso del mondo delle racchette.

Il Center Court di Wimbledon
Il Center Court dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club

Wimbledon è elegante, calmo e anche ricco. Tanti, soprattutto benestanti, sfuggono alla frenesia di Londra per vivere in questo quartiere, fatto in larga parte a immagine e somiglianza dello sport che l’ha reso celebre in tutto il mondo. Su quel Center Court fuoriclasse assoluti sono diventati leggende non solo dello sport, ma anche dello stile: dall’etereo assolutismo di Roger Federer alla grinta inossidabile e insofferente di Novak Djokovic, da Pete Sampras e Björn Borg fino ai giovani e letali Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.

L’anima popolare di Wimbledon: gli anni della Crazy Gang

L’anima di Wimbledon, però, non è solo quella raffinata e glamour fatta da vip sugli spalti, divise immacolate rigorosamente in bianco e premiazioni pompose portate avanti dalla Famiglia reale. C’è un essenza più caotica, grezza, rappresentata da calci, cori, fango e i colori giallo e blu. È indubbiamente più popolare, perché low budget, ad alto tasso di appartenenza ed emozioni, lontana dagli sfarzi del Center Court. Ovviamente è l’anima calcistica del quartiere, in completa antitesi rispetto al tennis.

Plough Lane è a soli due chilometri dai lindi campi da tennis dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, eppure sembra d’essere in un’altra città. Palazzi da cinque o sei piani, il supermercato, lo Starbucks: è il cuore della parte più popolare del quartiere. Non poteva che sorgere in questa via il vecchio stadio, dove ha giocato fino agli inizi degli anni ‘90 il Wimbledon FC.

Ecco, se è mai esistito qualcosa di diametralmente opposto all’elegante danza del tennis giocato sul Center Court, non può che essere il gruppo dei Dons degli anni 80 e 90. Se il tennis è un’elegante opera da pianoforte, il football è il rock da urlare a squarciagola, ballando come dei forsennati nello storico Wimbledon Palais, il locale che ha ospitato negli anni 50 e 60 tutti i più grandi gruppi dell’epoca: Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, tutti passati da una delle piste da ballo più grandi d’Europa.

I giovani Rolling Stones
I giovani Rolling Stones

Quel gruppo di calciatori scanzonato, maleducato, arrivato al limite dell’antisportività solo per capire come fare a superarlo in modi sempre più eclatanti, è diventato ormai una pietra miliare della cultura del football. Vinnie Jones, Dennis Wise, Dave Beasant, John Fashanu: sono solo alcuni dei giocatori, forse i più importanti, a imporsi sulla scena dell’allora First Division nel 1986, quando il Wimbledon fa il suo debutto in massima serie.

Il loro soprannome non nasce subito e, come spesso accade in Inghilterra, è coniato da uno dei tanti abili commentatori televisivi dell’isola. Si chiama John Motson, lavora per la BBC ed è lui a raccontare la famosa finale di FA Cup del 1988 dove il Liverpool campione della First Division esce sconfitto da Wembley. A battere i Reds è proprio quel gruppo di giocatori in maglia gialloblù odiato da gran parte dei colleghi, mal sopportato da giornali e tv, ma amatissimo dalla propria città. Immediatamente dopo il fischio finale Motson non si trattiene: “The Crazy Gang have beaten the Culture Club”. Un nickname che rimarrà nella storia del calcio.

La fine di un’era (e di uno stadio)

La Crazy Gang non ha vita lunga. Come ogni anima troppo vispa, che vive ogni suo attimo al massimo delle sue possibilità, è destinata a esaurire presto la sua forza. Dave Beasant viene ceduto nel 1988, subito dopo la finale di FA Cup. Vinnie Jones va via l’anno successivo, quello ancora dopo Dennis Wise. Pian piano la rosa cambia e mantiene sempre meno del carattere che l’aveva forgiata nei primi anni.

La Crazy Gand del Wimbledon dopo la vittoria della FA Cup
La Crazy Gand del Wimbledon dopo la vittoria della FA Cup (foto via The Guardian)

Non per questo il Wimbledon FC va male, anzi. Galleggia per una decina d’anni nei quartieri medio alti della classifica prima di First Division e poi di Premier League, presentandosi più volte alle semifinali di FA Cup e League Cup. Plough Lane viene abbandonato a inizio della stagione 1991/92, dopo l’approvazione della nuova legge sugli stadi in seguito al disastro di Hillsborough, così il Wimbledon si trova a dover condividere Selhurst Park con il Crystal Palace.

La fine degli anni 90 vede però un crollo verticale dei Dons. Prima un quindicesimo posto, poi un sedicesimo. Le difficoltà economiche sono sempre più evidenti, nonostante i buoni risultati degli anni precedenti: è il prezzo che le piccole squadre devono pagare per la nascita della Premier League. Allo scoccare del 2000, nella prima stagione del terzo millennio, il Wimbledon retrocede. Mentre in campo si consuma una piccola tragedia, una più grande si profila all’orizzonte: al centro della scena c’è sempre la questione dello stadio.

Il vecchio Plough Lane viene considerato impossibile da rinnovare e ristrutturare e Wimbledon sembra non poter offrire altri spazi. Così i proprietari del club, prima il businessman libanese Samir Hammam e dal 1997 i norvegesi Kjell Inge Røkke e Bjørn Rune Gjelsten, cercano negli anni soluzioni per riallocare il club. Molte sono alquanto fantasiose: per un po’ di tempo si tiene in piedi l’idea di andare a Dublino, ipotesi che trova subito l’opposizione dei tifosi, ma nel tempo si sente parlare di Belfast, della Scozia, del Galles. Nessuna opzione però sembra essere fattibile ed è in questa situazione difficile che entra in scena un tale di nome Pete Winkelman.

Il vecchio stadio di Plough Lane
Il vecchio impianto di Plough Lane (via London Museum)

La città senza club che vuole fare uno stadio

Pete Winkelman è un eccentrico businessman di Wolverhampton. Ha un passato da produttore musicale per la Columbia Records, una delle etichette più grandi sul mercato, e viene descritto con i più classici dei cliché che si attribuiscono ai self made man: è perennemente ottimista, non sta mai con le mani in mano ed è estremamente capace di convincere le persone dei suoi grandi piani per fare successo.

Una delle sue idee più importanti è quella di costruire uno stadio nella località di Milton Keynes. Non è strano se non ne avete mai sentito parlare. Infatti è una città nata nel 1967, un progetto ex novo che unisce alcuni paeselli e villaggi in una sola entità di 250mila persone, appositamente creata per cercare di alleviare i cronici problemi abitativi di Londra. Dalla capitale però è distante una cinquantina di miglia verso nord, circa ottanta chilometri: per quanto non manchino i collegamenti per i pendolari, andare a vivere lì è una scelta di vita. Proprio quella che fa Winkelman nel 1993 con la sua famiglia.

Nel 2000 Winkelman crea una sua società per promuovere la costruzione di uno stadio. Niente di sbagliato, se non che Milton Keynes non ha cultura o tradizione in nulla, figurarsi nel football. Le squadre locali sono tutte amatoriali, a un passo dall’essere allegre compagini di Sunday League: quella più alta nella piramide è in ottava serie, a quattro gradini di distanza dal professionismo. Troppo poco per il piano di Winkelman, che vuole costruire uno stadio da 30mila posti con annessi esercizi commerciali come un supermercato Asda e uno store IKEA, finanziatori silenziosi del progetto.

Pete Winkelman
Pete Winkelman

Per il produttore musicale diventato businessman e costruttore c’è una sola scelta: portare un club professionistico in città. Non pare impossibile: tanti stadi sono vecchi e fuori norma, tanti club non hanno i soldi per mantenersi in piedi e sicuramente non ne hanno per riammodernare i propri impianti storici. Winkelman però scopre presto che i club spesso non ragionano come delle aziende, soprattutto per quella noiosa volontà dei tifosi di tenere ancorato alla città di provenienza il club che ne porta il nome o quantomeno le radici.

Così per primo rifiuta la sua proposta il Luton, che dista una quarantina di chilometri da Milton Keynes. Winkelman allora punta su Londra: Crystal Palace e Barnet non ne vogliono sapere. Anche il QPR, nonostante sia in evidente difficoltà finanziaria, non ne vuole sapere. C’è solo un club che pensa seriamente a questa soluzione: il Wimbledon FC.

La scomparsa del Wimbledon FC

La storia a questo punto diventa alquanto caotica. Il nuovo amministratore dei Dons è un tal Charles Koppel e si narra che non abbia mai visto una partita di football prima d’ora. Viene però presto convinto, anche dai proprietari norvegesi che sono stanchi di versare qualcosa come 6 milioni di pound all’anno nelle casse del club, della bontà del piano di Winkelman. Nonostante uno stadio a Milton Keynes ancora non ci sia, e non ci sarà per almeno un altro paio d’anni. Così Koppel annuncia a inizio agosto 2001 la volontà di trasferirsi a Milton Keynes. Ad opporsi non sono solo i tifosi, come prevedibile da chiunque – a parte forse dei businessman, ma anche la stessa Football League rifiuta immediatamente l’idea.

Le dichiarazioni sulla stampa della FL sono chiarissime e si leggono su tutti i giornali: queste mosse rischiano di distruggere il tessuto stesso del gioco. L’amministrazione del Wimbledon però non ci sta e fa ricorso alla Football Association che, dopo aver formato un panel speciale di arbitrato, a inizio 2002 dichiara come la decisione della Football League sia stata troppo rigida e fa ripartire il procedimento: stavolta la FL lascia la decisione alla FA, che crea una nuova commissione indipendente di tre individui.

In un mese questo triumvirato sui generis raccoglie moltissimi pareri. Ascolta le istituzioni pubbliche di Milton Keynes e di Wimbledon, per capire le possibilità di costruzione di un nuovo stadio. Non mancano le interviste a membri della FA e della FL che ribadiscono l’opposizione completa al progetto. Sono ascoltati anche i tifosi dei Dons, raccolti in diversi gruppi o trust e guidati per l’occasione da Kris Stewart. Ovviamente si presenta anche Winkelman, sempre sorridente e ottimista: promette di mantenere intatta l’identità del club nonostante il passaggio in un’altra città e si dice sicuro che i tifosi seguiranno la squadra a Milton Keynes.

A fine maggio 2002 arriva il verdetto ed è a suo modo incredibile: nonostante il parere della FA sia nettamente contrario, la commissione creata dalla stessa federazione dimostra di essere davvero indipendente e accetta il trasferimento. Per il triumvirato è l’unica chance che ha il club di sopravvivere alle difficoltà finanziarie sempre più imponenti. I tifosi Dons però non ci stanno: il Wimbledon per loro è morto e la squadra di Milton Keynes non ne sarà mai l’erede.

L'impresa del Wimbledon FC in FA Cup
L’impresa del Wimbledon FC in FA Cup

La rinascita del vero football a Wimbledon

L’estate 2002 è una corsa contro il tempo per Kris Stewart e altri tre grandi tifosi dei Dons. L’obiettivo è uno solo: ridare a Wimbledon quello che gli è stato tolto. Non importa ripartire da zero, l’importante è avere un club nel quartiere. La decisione di creare una nuova squadra viene presa definitivamente in un pub nel bel mezzo del Wimbledon Commons, il grande parco dove qualche giorno dopo viene tenuto un provino pubblico per creare una squadra dal nulla. Vi partecipano 250 giocatori svincolati. Tutta la base del tifo viene mobilizzata e, in vista della prima amichevole, vengono venduti più di tremila biglietti: un numero incredibile per un club che non ha ancora una rosa precisa, un allenatore o addirittura un ufficio.

Anche la questione stadio viene risolta velocemente: mentre il vecchio stadio di Plough Lane viene prima venduto a una catena di supermercati e poi demolito per fare spazio a un complesso di appartamenti, Stewart e gli altri amministratori del neonato AFC Wimbledon trovano un accordo con il Kingstonian, squadra che ha residenza a solo cinque miglia dal quartiere. Da lì il nuovo club, rigorosamente con divise giallo e blu, partecipa alla Combined Counties League: riparte dal nono gradino della piramide del football inglese.

Il Wimbledon FC, denominato ironicamente da molti tifosi dell’isola “Franchise FC”, ha invece ottenuto il tanto agognato passaggio a Milton Keynes ma, come prevedibile, non è la panacea di tutti i mali. Il nuovo stadio non è ancora pronto, così è costretto a rimanere un’altra stagione a Selhurst Park: alla prima di campionato si presentano tutti i vecchi tifosi dei Dons che formano un picchetto e convincono le persone a non entrare allo stadio. Il risultato è che le partite del team in procinto di trasferirsi hanno una media di spettatori inferiore a quella del club in nona divisione.

Lo stadio del MK Dons
Lo stadio del MK Dons

Il mancato incasso dello stadio diventa la pietra tombale per la storia del Wimbledon FC. I proprietari norvegesi a fine stagione 2002/2003 sono definitivamente stufi di iniettare soldi in una creatura morente e senza neanche più un seguito e mandano il club in amministrazione controllata, a un passo dal fallimento. Chi è che si presenta per acquistare il club? Ovviamente Pete Winkelman e il suo consorzio che, dopo un anno di trattative con i vari debitori, sborsa 850mila sterline e compra la squadra, trasferendola immediatamente. Il primo ordine del giorno è rimangiarsi la parola data due anni prima: cambia il nome, lo stemma e i colori della maglia. Nascono così i Milton Keynes Dons.

Un’eredità impossibile da dimenticare ed evitare

La storia è finita? Neanche per sogno. Perché mentre i MK Dons rimangono tranquillamente in League One e l’AFC Wimbledon inizia la sua avventura nei bassifondi della piramide, c’è ancora una questione fondamentale da dirimere. Acquistando il club, Winkelman si porta a Milton Keynes tutto, anche i cimeli e i trofei vinti dal Wimbledon FC. L’eredità del vecchio club è sua perché, dirà spesso in pubblico, i MK Dons ne sono i veri diretti discendenti.

Peccato che non la pensi così chi veramente conta nel calcio: i tifosi. Non solo quelli di Wimbledon, ma di tutta l’Inghilterra. Le più grandi federazioni che raccolgono centinaia di migliaia di fan dell’isola boicottano per anni i MK Dons, non danno possibilità di affiliazione a nessun loro tifoso e non parlano del club nelle loro pubblicazioni. A Milton Keynes c’è un franchise, non una squadra di calcio. Winkelman si trova così costretto a fare dietrofront e trova un accordo con i vari gruppi: il boicottaggio termina mentre l’eredità del Wimbledon FC torna a Londra.

Un'esposizione dei cimeli del vecchio Wimbledon FC
Un’esposizione dei cimeli del vecchio Wimbledon FC

Le strade dell’AFC Wimbledon e del MK Dons si separano così del tutto, nonostante rimanga il particolare di quel nomignolo “Dons” di fronte alla sigla di Milton Keynes che i tifosi gialloblù vorrebbero strappare via dalle divise bianche del franchise di Winkelman. L’ex produttore musicale, sceso ormai a patti con una realtà ben diversa da quella fatta di artisti pazzoidi e proprietà immobiliari da rigirare come vuole, probabilmente spera in cuor suo di non dover sentir parlare più di Wimbledon.

Invece le pastoie del dilettantismo non fermano il nuovo club. La scalata è costante e neanche così lenta: nel 2011 i Dons, quelli veri, approdano per la prima volta in League Two. Wimbledon torna ad avere una squadra professionista e quelli di Milton Keynes sono lì, a una sola divisione di distanza. I tempi sono maturi per uno scontro che farà sicuramente discutere.

AFC Wimbledon vs MK Dons: una partita sempre particolare

Il 14 novembre 2012 si tiene l’estrazione del secondo turno di FA Cup. La dea bendata come sempre ha la vista molto lunga per le vicende umane e si diverte a creare tranelli dove può: a Milton Keynes andrà di scena MK Dons-AFC Wimbledon. Il match va di scena il 2 dicembre e il clima è tutt’altro che amichevole: i tifosi gialloblù noleggiano un piccolo aereo che sorvola più volte lo stadio, sulla fusoliera è appeso il banner “We are Wimbledon”. La partita non può che avere un finale drammatico: al 93’, sul risultato di 1-1, il pallone carambola in area del Wimbledon e rimbalza sul tacco del terzino destro dei MK Dons, finendo rocambolescamente in rete. Per i tifosi di Milton Keynes è subito il “Tacco di Dio”.

Una sfida tra AFC Wimbledon e MK Dons
Una sfida tra AFC Wimbledon e MK Dons (via MK Dons)

La stagione 2016/17 vede nascere una nuova puntata della storia: MK Dons e AFC Wimbledon sono per la prima volta nella stessa serie, la League One. L’andata si gioca a Milton Keynes e vede nuovamente vincere il Franchise FC; il ritorno però si disputa a Londra, ancora nello stadio del Kingstonian, e il fattore casa si fa sentire. L’impianto è pieno e completamente colorato in gialloblù, mentre sul programma ufficiale e sui tabelloni dello stadio la squadra in trasferta viene chiamata solo MK o Milton Keynes: il Wimbledon viene multato dalla federazione ma paga con grande soddisfazione, dopo aver battuto 2-0 i rivali.

Due stagioni dopo avviene quello che dieci anni prima nessuno avrebbe pensato: i MK Dons retrocedono in League Two e l’AFC Wimbledon per la prima volta è un gradino più in alto di loro. La gioia dura un solo anno, ma non conta: è una dichiarazione d’intenti, un’affermazione del potere della volontà dei tifosi che può rendere l’impossibile una bellissima realtà. Manca solo un particolare alla quadratura completa del cerchio e arriva nel 2020: riportare veramente la squadra a Wimbledon, a giocare nel quartiere dei suoi tifosi.

Il vecchio Plough Lane è ormai da anni un complesso residenziale, così è necessario creare un nuovo stadio. Una missione impossibile secondo i vecchi proprietari del Wimbledon FC, Winkelman e il triumvirato indipendente della FA. Ma anche in questo caso, basta semplicemente avere la volontà di fare. Si scopre così che il modo c’è e non è neanche così difficile trovarlo: basta sfruttare il sito del vecchio stadio per le corse dei cani e ruotare di 90 gradi la struttura. Dopo uno sviluppo quasi decennale, il 3 novembre 2020 Wimbledon vede finalmente la sua squadra di casa giocare nel proprio quartiere, trent’anni dopo l’ultima volta. Dov’è lo stadio? Ovviamente a Plough Lane, a non più di duecento metri da dove sorgeva il vecchio impianto.

L'AFC Wimbledon nel nuovo impianto a Plough Lane
L’AFC Wimbledon nel nuovo impianto a Plough Lane

Una favola dal finale ancora non scritto

L’AFC Wimbledon riuscirà mai ad arrivare in Premier League, a raccogliere in toto l’eredità della Crazy Gang? Difficile a dirsi. La scalata alla vetta della piramide inglese è complicatissima: la Championship è uno dei campionati più difficili al mondo e tante delle squadre medio piccole che sono riuscite ad andare in Premier hanno avuto diversi problemi negli anni a venire, sia di natura sportiva che, più spesso, di origine finanziaria.

Inoltre pare impossibile vedere riformarsi un gruppo di giocatori con il carattere, la follia e, siamo onesti, certe barbarie della Crazy Gang. La cultura del football e in generale della società di oggi non permetterebbe in alcun modo il riproporsi di certi comportamenti, dentro e fuori il campo. Se è un bene o un male, decidetelo voi.

Da qualcosa si dovrà però pur partire. Intanto nella stagione 2025/26 è avvenuto nuovamente il sorpasso: l’AFC Wimbledon è tornato in League One, lasciando i MK Dons in League Two. Che sia la volta buona per una vera scalata verso la Premier League? Solo il tempo lo dirà. Ma la favola del club distrutto da scelte di business e rinato dalle ceneri del suo tifo continua. Ed è una storia che, nel football sempre più aziendale e sempre meno emozionale dei giorni nostri, non può che continuare ad appassionarci.

Phil Foden e il selfie scattato con un tifoso nel bel mezzo di City-Dortmund

3 ' di lettura

«Chi era quel ragazzo? Non lo so, era un fan casuale». Phil Foden ha appena segnato una doppietta di altissimo livello contro il Borussia Dortmund in Champions League ed è giustamente intervistato nel post partita. La presentatrice dello show, però, gli fa una domanda che non si aspetta: chi era quel ragazzo che è riuscito a scattargli un selfie mentre festeggiava la sua prima rete ed è diventato già virale in tutto il mondo?

La naturalezza del gesto è incredibile, quanto quella che mostra sul campo quel talento purissimo e un po’ spensierato che risponde al nome di Phil Foden. Ha appena infilzato il portiere del Dortmund Kobel con un sinistro sibilante dai venti metri, chirurgico nell’accarezzare il palo e andare a spegnere la sua corsa in fondo alla rete.

Senza troppi indugi Foden si avvicina agli spalti, vicino la bandierina del calcio d’angolo. Sembra avere una direzione precisa, un fan che ha un cappotto bianco e una sciarpa “half and half”, mezza biancoceleste e mezza giallonera. Lo spettatore lo agguanta subito con un braccio e lo stringe a sé, con la gioia di chi è estremamente felice per i risultati del suo migliore amico, con la sicurezza che hanno le persone che si conoscono da una vita. Poi tira fuori lo smartphone e lo pone davanti a Foden. Sorridente e anche un po’ frastornato, il trequartista del City alza il pollice della mano fasciata di buon grado e si lascia scattare un selfie.

In realtà Foden e quel tifoso non si conoscono. Quel ragazzo capace di scattarsi un selfie con una superstar del calcio nel bel mezzo di una partita di Champions League ha ventinove anni ed è arrivato a Manchester per festeggiare i compleanni di alcuni membri della famiglia, tutti di ottobre. Sono grandi appassionati di calcio, così ha deciso di regalare a tutti i biglietti di una partita di coppa che prometteva gol a grappoli e spettacolo a non finire, senza rimanerne delusi. Con la ciliegina sulla torta di una foto storica, un mix di astuzia, entusiasmo e coraggio che non lascia dubbi: il ragazzo è italiano.

Non lo si scopre subito. Sono infatti gli account del Manchester City a pubblicare per primi questo selfie incredibile. La social media manager della squadra ha assistito esterrefatta alla scena e ha chiesto il permesso di pubblicare la foto. I social esplodono, l’immagine diventa virale e ripresa da ogni account sportivo, dai grandi media internazionali ai più loschi utenti di X e YouTube.

La mattina dopo il ragazzo si sveglia pieno di felicità. Ha assistito a una partita bellissima e piena di gol e si è scattato una foto epica. Non l’ha ancora postata sul suo account Instagram ma, quando apre i social, scopre di essere diventato suo malgrado una celebrità. Gli hanno scritto persone dal Brasile, dall’Indonesia, addirittura dal Kenya e dallo Zimbabwe,. Famiglia e amici non hanno dubbi: dai, pubblichiamo questo selfie.

Così il mondo scopre un ragazzo come tanti altri, un amante di quel gioco sporco e per qualche ragione strana così emozionante che è il calcio. È di Torino e, nonostante la laurea e il lavoro, continua a buttarsi nel fango e tirare calci al pallone come quando era piccino. Tanto da essere il fiero bomber (si fa per dire, a detta dei suoi compagni) dell’ASD Sant’Ignazio Sport, squadra di Seconda divisione della città.

Dai campi duri del dilettantismo piemontese pieni di una passione sincera, di quella che fa superare ogni ostacolo per vivere le grandi emozioni del calcio, ecco sbucare Jacopo Montenegro. Eroe inatteso di una serata scintillante, per una notte il volto più conosciuto dagli amanti del football.

Hannah Hampton, questione di punti di vista

3 ' di lettura

“Vuoi giocare in porta? Non accadrà mai!”

 

Poche dure e semplici parole che avrebbero fatto desistere chiunque. Chiunque, ma non Hannah Hampton. L’attuale portiera del Chelsea e della Nazionale inglese vincitrice dell’ultimo Europeo rischiava davvero di dover rinunciare in tenera età al suo sogno. Dopo una diagnosi medica a dir poco crudele quando aveva solo 3 anni: strabismo e incapacità di distinguere la profondità. Due aspetti che mal si coniugano con il ruolo di portiere.

Una storia che ricorda alla lontana quella di David Seaman. In un Paese come l’Inghilterra che ha sempre faticato ad avere tra i pali un autentico campione. Ma che forse ora ha trovato la sua Campionessa.

Hannah Hampton con il Chelsea a giugno ha vinto il "treble" domestico
Hannah Hampton con il Chelsea a giugno ha vinto il “treble” domestico

“Dissero ai miei genitori che non avrei mai potuto praticare sport perché non sarei stata in grado di percepire la palla che mi veniva incontro. Sarebbe stato pericoloso”. Hannah non molla. Si susseguono le operazioni chirurgiche per provare a correggere un handicap destinato a toglierle il sogno di giocare a pallone, ma niente sembra funzionare. Niente, a parte la sua perseveranza e determinazione a voler inseguire il suo scopo di vita.

Lei in campo scende lo stesso. Poco importa se il naso, a forza di pallonate in faccia, sanguina e se le dita si rompono nel tentativo di compiere persino le parate più elementari. È la sua capacità di adattamento ad avere la meglio: impara un nuovo modo di leggere la traiettoria della palla in modo da compensare i difetti di vista.

Una svolta nella sua vita arriva in Spagna: da bambina infatti dalla natìa Birmingham si trasferisce a Villareal per esigenze lavorative dei genitori. L’infanzia nella cantéra del Sottomarino Giallo le fa capire tante cose, come spiegherà da grande: “Altro che agli occhi, io in Spagna pensavo alla loro filosofia di calcio: lì sono tutti ambidestri e ho cercato di imparare anche io. Non ho paura di usare i piedi o uscire dall’area quando necessario”. La visione iberica del calcio le dà una grossa mano.

Dopo cinque anni in Spagna è venuto il momento di tornare in Inghilterra, veste prima la maglia dello Stoke City, poi quella della sua città: dopo cinque anni al Birmingham viene finalmente il momento di spiccare il grande volo, perché i problemi alla vista, seppure ancora molto presenti, sono alle spalle. O meglio, non sono un problema perché Hannah ha imparato a sviluppare un modo personale per leggere la traiettoria del pallone. Che funziona dannatamente bene. Nel dicembre 2021 passa all’Aston Villa e dopo due stagioni il salto ancora più grande: il Chelsea. Un sogno che diventa realtà per lei che al tempo ha appena 23 anni (è nata nel 2000).

Un rigore parato da Hannah Hampton durante l'ultimo Europeo
Un rigore parato da Hannah Hampton durante l’ultimo Europeo

Parallelamente Hannah diventa un pilastro delle Lionesses: dopo la trafila nelle giovanili dal 2021 è in prima squadra. L’anno dopo (2022) vince il primo storico Europeo. Ma l’anno magico è il 2025: dopo aver vinto il treble domestico con le Blues (scudetto, FA Women’s Cup e Women’s League Cup) ecco di nuovo la magica estate con l’Inghilterra che vince ancora l’Europeo. Coi suoi guantoni protagonisti. Nei quarti di finale contro la Svezia, dove Hampton è decisiva sia nei tempi regolamentari che nella lotteria dei rigori. E il titolo di “Player of the Match” si ripete nella finalissima contro la Spagna. Anche questa sfida viene decisa da dischetto con due sue paratone su Mariona e Bonmati: i calci di rigore sorridono alle Leonesse che alzano il secondo trofeo continentale nel giro di tre anni.

Gigio Donnarumma e Hannah Hampton alla cerimonia dell'ultimo Pallone d'Oro
Gigio Donnarumma e Hannah Hampton alla cerimonia dell’ultimo Pallone d’Oro

Il calcio femminile è fatto di tante prime volte: se il “Trofeo Jasin”, il Pallone d’oro dei portieri, viene istituito al maschile dal 2019, quest’anno è stata la prima volta del corrispettivo femminile. Vinto ovviamente da Hannah. Che durante la cerimonia di premiazione a Parigi ha detto: “Non è solo un mio traguardo, ma una vittoria per tutto il portierato femminile, finalmente riconosciuto. Questo premio arriva grazie alle grandi portiere che ci hanno preceduto”.

Perché nel calcio femminile gli occhi devono sempre essere ben puntati in avanti per costruire il futuro, ma al contempo bisogna sempre guardare e ringraziare il passato.

E non è una questione di strabismo.

Il Chesterfield FC, Will Grigg e la foto diventata virale per i motivi sbagliati

9 ' di lettura

Questa è una storia un po’ complicata. Forse, a ben vedere, è una storia un poco scontata. Sicuramente col passare dei giorni è diventata una storia sconclusionata. Qualcuno direbbe che è una storia da non raccontare, visto come si è evoluta. Il problema però non è che la storia sia sbagliata, come ci avrebbe detto un poeta genovese di nome Fabrizio De André: è l’ambiente in cui è nata e si è evoluta ad avere ancora qualcosa che non va.

La ragione purtroppo è tanto semplice da identificare quanto complessa da analizzare. La rete, internet, ci ha donato possibilità inimmaginabili fino a pochi anni prima della sua diffusione. Ci permette di sostenere le cause che più ci stanno a cuore, scoprire cose lontane da noi di cui prima non avremmo potuto sapere niente, essere informati in tempo reale di qualsiasi cosa si voglia, rimanere in contatto con tutti e tutte, conoscere persone da ogni parte del mondo.

Per ogni vantaggio che si può trovare, gli svantaggi sono però in egual misura. Uno di questi ce lo ha raccontato Umberto Eco nel 2015. Per usare le sue parole, «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo diversi bicchieri di vino». È ancor più vero al giorno d’oggi.

La città del carbone e della guglia storta

Questa storia nasce a Chesterfield, nel pieno centro dell’isola, quasi a metà strada della via che porta da Sheffield a Derby e Nottingham. È una regione piena di storia, dove i Romani costruirono un avamposto e iniziarono a estrarre una strana roccia scura che, appena presa in mano, macchiava tutto di nero. Non sapevano che il carbone, talmente tanto in zona da spuntare dal sottosuolo come i funghi nei nostri boschi, sarebbe stato al centro dell’economia dell’uomo nei secoli a venire.

Uno dei motivi per cui Chesterfield è conosciuta al giorno d’oggi è la strana architettura sulla cima della sua chiesa principale. Chiunque la chiama la “crooked spire”, la guglia storta, e lo è per davvero: non solo si attorciglia su se stessa, ma pende anche di qualche grado dalla verticale perfetta. Costruita a metà del XIV secolo, ancora si dibatte sul come sia nata in questo modo strampalato e dà nome a molte cose della città, tra cui anche la sua squadra di calcio.

La guglia storta e attorcigliata della Chiesa di Maria e di Ognissanti di Chesterfield

Gli Spireites hanno una lunghissima tradizione, non può essere altrimenti visto che gravita tra città come Sheffield e Nottingham. Il primo club di football, antenato dell’attuale, nasce nel 1866. Purtroppo solo la storia può consolare i tifosi “gugliaschi”: il piazzamento più alto nella piramide inglese è un quarto posto in Second Division nel 1947. Da lì la discesa non si è più fermata e, solo dopo qualche stagione in quinta divisione, dal 2024 il Chesterfield è tornato in League Two.

Una semplice gara di League Two

Il 27 settembre 2025 si disputa il decimo turno di campionato. Gli Spireites sono partiti bene, hanno una rosa di buon livello per la categoria e navigano in zona playoff. È un’ottima occasione per rimanere nelle zone importanti della classifica visto che l’avversario di giornata, il Newport County, si presenta a Chesterfield con una delle peggiori difese della categoria. I padroni di casa attaccano fin dall’inizio, si mangiano anche un paio di gol, e alla mezz’ora di gioco riescono a sbloccare il punteggio.

Sugli sviluppi di una rimessa laterale sulla trequarti destra il pallone arriva a Liam Mandeville, centrocampista ventottenne alla settima stagione al Chesterfield ma con un passato in League One. Un mestierante di categoria con qualche colpo di livello superiore. Mandeville sistema il pallone e dà uno sguardo quasi di sfuggita verso l’area, abbastanza per vedere il centravanti degli Spireites che si è liberato del suo marcatore diretto con un movimento a mezzaluna per poi lanciarsi verso la porta. Il cross è perfetto, forte ma con la giusta parabola per superare un difensore e trovare il suo compagno, libero e pronto a deviare di testa il pallone in rete.

È indubbiamente un gol di qualità, ben costruito, che può rendere ancora più felici i tifosi assiepati nel moderno SMH Group Stadium, ma non sembra avere nulla di speciale. Se non fosse che a segnare è un attaccante particolare. È nato a Solihull, città a poche miglia da Birmingham nota come il luogo di nascita della Land Rover, ma può giocare per l’Irlanda del Nord grazie al nonno. Ha ormai 34 anni e una lunga carriera in League One, con due puntate di livello in Championship. Ed è noto più per il suo nome che per le sue gesta in campo: Will Grigg.

Will Grigg festeggia una rete in maglia Chesterfield
via x.com/AscensoInglesok

Un bomber di provincia conosciuto in tutto il mondo

Solo a leggerne il nome, a comando, il nostro cervello accende il motivetto “Will Grigg’s on fire”. Qualsiasi appassionato di calcio del globo terracqueo (le meraviglie della rete) l’ha ascoltato e l’ha cantato dall’estate 2016. È diventato talmente virale da provocare una certa sorpresa in David Guetta quando portò in un club il suo remix della canzone originale, “Freed from Desire”, per sentire tutti gli astanti cantare a squarciagola il coro dedicato alla punta nordirlandese.

La capacità della realtà virtuale di influire sulle vicende terrene ha del paradossale. Will Grigg non gioca neanche un minuto in Francia, dove l’Irlanda del Nord disputa il suo migliore Europeo di sempre arrivando agli ottavi di finale. Ed è strano, perché ha appena concluso una stagione da 25 reti segnate con la maglia del Wigan. Eppure quel coro viene urlato in ogni stadio, da ogni tifoso. E di riflesso in tutto il mondo. Chiunque conosce il nome di Will Grigg. Ma ne conosce, appunto, solo il nome.

Pochi sanno che la canzone è stata creata da un tifoso del Wigan, tal Sean Kennedy, al termine di quella stagione clamorosa conclusasi con il titolo di capocannoniere della League One, oltre alla promozione per i Latics. Ancora meno ricordano che un paio di anni prima è Grigg a segnare i primi due gol di uno dei tanti tonfi inattesi del Manchester United, una nettissima sconfitta contro i MK Dons in League Cup. Così come è sempre la punta nordirlandese a marcare contro il City di Pep Guardiola nel quinto turno di FA Cup del 2018, regalando al Wigan (di nuovo in League One) i quarti di finale della competizione.

Will Grigg in maglia Wigan nella stagione da 25 gol segnati
via x.com/LaticsOfficial

Will Grigg è un ammazzagrandi, si direbbe in Italia, soprattutto se vengono da Manchester. Una punta magari non al livello della Premier League ma sicuramente capace di far gol, anche e soprattutto quando conta. Un attaccante che viene ricordato con calore a Wigan e negli altri club in cui ha giocato. Eppure il resto del mondo lo conosce solo per la canzoncina che ogni tifoso conosce e canta gioiosamente.

Sono le meraviglie della viralità, del mondo virtuale. A molti può sembrare una situazione innocua, non problematica. Eppure non è così. È proprio il diretto interessato a spiegare cosa c’è che non va in un’intervista: «La canzone non mi ha mai infastidito. Ciò che mi ha seccato è che certe persone mi collegano al coro e non ai miei gol. La canzone non esiste perché Will Grigg si inserisce così bene nel ritmo, ma perché ho segnato 25 gol per il Wigan».

I problemi del diventare virali

Il colpo di testa di Will Grigg apre la strada al Chesterfield che, pochi minuti prima dell’intervallo, trova anche il gol del raddoppio. Prima che gli Spireites mettano a segno la seconda rete arriva l’ormai classica celebrazione del vantaggio sugli account social del club che, però, pubblicano un contenuto diverso dal solito. C’è una foto che ritrae Liam Mandeville e Will Grigg, di profilo uno davanti l’altro, con il centrocampista che abbraccia da dietro la punta appoggiandogli le mani sul ventre. Il testo è solo una sfilza di emoticon di fuoco, perché Will Grigg non può che essere sempre e solo “on fire”.

Will Grigg e Liam Mandeville in posa nel post social del Chesterfield
via facebook.com/ChesterfieldFC

Non è una posa casuale ma una citazione a un altro fenomeno nato con la rete, quello dei meme. Immagini o video virali che suscitano grande ilarità in tutto il mondo, spesso anche a discapito dei protagonisti. Il riferimento della foto del Chesterfield balza subito all’occhio ed è all’ormai famoso episodio accaduto a un concerto dei Coldplay nell’estate 2025, dove la kiss cam ha inquadrato una coppia che ha provato rapidamente (e senza riuscirci) a nascondersi.

Pensate al potere di internet e dei social media, e a come può essere usato. In poche ore si è saputo tutto di questa coppia e ne è nata una vera e propria soap opera di dubbio gusto: lui era il CEO di uno studio legale di New York, lei il capo delle risorse umane dello stesso studio. Entrambi sposati, evidentemente con partner differenti, e con figli. Molto rapidamente sono state trovate non solo le loro generalità ma anche i profili LinkedIn e i profili social dei loro partner. La loro vita è stata postata online, senza limiti, messa a disposizione non solo del pubblico ludibrio ma anche della rabbia della gente: è iniziata una serie disarmante di commenti sotto i profili dei protagonisti o dei loro partner che ha superato i limiti dell’aggressione, tra costanti prese in giro e richieste adirate di licenziamento.

Cercare di seguire i trend del momento è un meccanismo che spesso funziona in un mondo come quello virtuale dove essere visti da più persone è la metrica di giudizio principale, senza porsi troppe domande su quanto sia salutare. Così fa, come tutti, anche il team social del Chesterfield con la foto di Liam Mandeville e Will Grigg. Così come per la coppia di amanti al concerto dei Coldplay, anche questa foto diventa virale. E così come per quel video, anche in questo caso le conseguenze non fanno molto ridere.

La coppia di amanti beccata dalla kiss cam al concerto dei Coldplay nel luglio 2025

Il rapporto tra il football e le tematiche di orientamento sessuale

I commenti sotto la foto di Liam Mandeville e Will Grigg si ammassano in poche ore. Molti riconoscono subito la citazione del meme del concerto e ci fanno una risata su. Alcuni notano un’altra somiglianza non voluta, quella alla famosa scena del film Titanic dove Rose e Jack sono sulla prua della nave. In pochi parlano effettivamente del tema principale: il gol che ha sbloccato la partita, l’ottima forma dei due giocatori, la gioia per vedere la propria squadra andare in vantaggio. In tanti, in troppi, iniziano a commentare con battute a sfondo omosessuale, spesso di dubbio gusto. Molti di questi diventano thread di stampo omofobo.

Instagram, Facebook, Twitter o X che dir si voglia, il social scelto non fa differenza: si accumulano centinaia e centinaia di commenti, alcuni apertamente di odio. Il tutto per quello che è palesemente uno scherzo, una semplice burla, per celebrare il gol di una squadra di calcio. Le legioni di imbecilli di cui parlava Eco si sono scatenate e non c’è nulla da poter fare per poterle contenere.

Se di per sé è già un fatto grave, lo è ancor di più in Gran Bretagna. Una nazione dove l’attenzione a questi temi è molto più elevata che in Italia, anche nel mondo del calcio. Non come può accadere in Italia, dove l’unico modo per riconoscere che tra i calciatori dovranno esistere diversi tipi di orientamento sessuale (anche solo per un fattore statistico) è se un Fabrizio Corona lancia “accuse” di omosessualità su giocatori di Serie A come fosse un crimine. Il suicidio di Justin Fashanu, primo calciatore professionista apertamente omosessuale, è una ferita ancora troppo fresca per gli inglesi.

Justin Fashanu, il primo calciatore professionista a dichiararsi omosessuale
via x.com/parkounde

A dimostrazione di quanto il tema sia trattato proprio con una sensibilità diversa, basta parlare dei Rainbow Spireites. Sono un gruppo di tifosi del Chesterfield ufficialmente riconosciuti dal club, e specificamente LGBTQ+. Fanno tutte le attività che gruppi del genere portano avanti sul territorio, dagli incontri prepartita a organizzare feste e manifestazioni, dal collaborare col club stesso al lavorare sul territorio, ovviamente con un’attenzione particolare verso queste tematiche.

Non sono un caso isolato. I Rainbow Spireites fanno parte di un’alleanza a sei membri che supera anche i confini dei numerosi derby della regione. Gli altri sono le Rainbow Blades e le Rainbow Owls, rispettivamente dello Sheffield United e dei concittadini del Wednesday, i Marching Out Together del Leeds United, i Proud Stags del Mansfield Town e i Proud Forest del Nottingham Forest. Non è neanche un trend regionale: il Manchester United ha i suoi Rainbow Devils, il City i Canal Street Blues; a Liverpool ci sono i Kop Outs in rosso e i Rainbow Toffees in blu; a Londra si va dai Proud Lilywhites del Tottenham ai GayGooners dell’Arsenal.

Il triste epilogo di una storia non sbagliata

Il supporto di ciò che rende il calcio uno degli sport più belli del mondo, la vicinanza dei suoi tifosi, alle comunità LGBTQ+ è abbagliante. Soprattutto rispetto all’Italia dove è come se tutta questa parte di popolazione non esistesse se non per lamentarsene in occasione dei Pride. Eppure, anche questo non basta. Quando la marmaglia che popola il mondo virtuale si scatena impetuosa sui social network, diventa pressoché infermabile. Mostrando come si debba fare ancora molto, moltissimo, su certe tematiche sociali.

Il triste epilogo di questa storia, che non può essere che temporaneo, lo vogliamo trovare allora in due post che ci dimostrano quanto sia difficile tenere a bada le famose legioni. Su Facebook l’account ufficiale del Chesterfield ha dovuto lasciare un commento, un paio di giorni dopo, sotto la foto virale ricordando che certi “commenti inappropriati” indeboliscono gli sforzi del club di promuovere l’inclusività e si chiude con un avvertimento dal tono molto british: invitiamo tutti a considerare attentamente cosa dire prima di pubblicare commenti.

Su Instagram il club ha deciso invece di prendere la via più ironica, pubblicando il video del dietro le quinte di quella foto in cui Mandeville e Grigg ricreano la scena del concerto dei Coldplay. Il contenuto non è andato virale come il precedente ma ha guadagnato un migliaio di like e qualche decina di commenti: quelli di dubbio gusto, anche in questo caso, superano gli altri.

Sarà anche una storia un po’ complicata, un poco scontata e sconclusionata: ma sicuramente non è una storia sbagliata ed è importante, fondamentale che venga raccontata.

Michael Owen, l’eroe che nessuno si aspetta del derby di Manchester

9 ' di lettura

Difficile trovare uno scozzese che abbia avuto più successo in Inghilterra di Sir Alex Ferguson. È uno scozzese duro e puro, non c’è dubbio: lo si capisce immediatamente da quello sguardo penetrante pronto a mostrare accenni d’ira alla prima cosa che non va. E in ventisette anni di carriera alla guida del Manchester United, il burbero tecnico cresciuto nei sobborghi di Glasgow ha vissuto tante situazioni che proprio non gli sono andate giù.

Nelle ultime stagioni al timone dei Red Devils, per esempio, una delle cose che gli ha dato più fastidio è stato assistere all’ascesa dell’altra squadra di Manchester. Agli occhi di Sir Alex i Citizens non erano mai stati dei veri rivali. Li aveva addirittura visti retrocedere in League One nel ‘98. I derby erano partite come le altre, da vincere tassativamente solo perché ha sempre considerato lo United una delle squadre più forti al mondo. Fino a che non sono arrivati i soldi dell’ex premier tailandese Shinawatra, sostituiti poi dai più sostanziosi petrodollari degli sceicchi di Abu Dhabi. Gli investimenti del City si sono fatti importanti, i nomi dei giocatori sempre più altisonanti. I rapporti di forza sono iniziati inesorabilmente a cambiare.

L’estate del 2009 è una delle più difficili per Ferguson, nonostante lo United possa vantarsi di aver conquistato le ultime tre Premier League. Da una parte vede la parte blu di Manchester pronta a spendere e spandere per rafforzarsi. Dall’altra si trova costretto a dire addio a uno dei giocatori che più ha amato in tutta la sua lunga carriera. Con un comunicato ufficiale dal tono asettico e tremendamente british, l’11 giugno lo United annuncia che ha accettato l’offerta da 80 milioni di pound del Real Madrid per Cristiano Ronaldo. Il fenomeno di Funchal vuole lasciare l’Inghilterra, Sir Alex ha fatto di tutto per trattenerlo ma non può più rimandare l’inevitabile. Ma non è tutto, perché una decina di giorni dopo diventa ufficiale anche la cessione di Carlitos Tevez. Il caso diventa un vero e proprio affronto quando l’attaccante argentino sceglie di trasferirsi proprio al Manchester City.

Il cartellone esposto dal Manchester City una volta acquistato Carlos Tevez

Sapere che in città campeggia quel cartellone blu con il volto di Tevez e la scritta “Welcome to Manchester” è un boccone amarissimo per Sir Alex, nonostante il rapporto con l’argentino non sia mai stato dei migliori. Un fastidio esacerbato da una verità indiscutibile: la rosa ha bisogno di un altro attaccante. Wayne Rooney non si discute, Dimitar Berbatov è incostante ma capace di giocate incredibili, i due giovani Welbeck e Macheda possono far comodo, ma ci vuole una punta di razza da poter inserire nelle partite più difficili. Dalle cessioni di Ronaldo e Tevez sono arrivati tanti soldi, le possibilità non mancherebbero. Eppure col passare dei giorni c’è un profilo che stuzzica la fantasia del tecnico scozzese, un nome completamente inaspettato.

Un attaccante a fine carriera… A 29 anni?

Hull City o Everton. Due strade, le sole due disponibili, diverse e in un certo modo deludenti. Club di Premier League, indubbiamente, ma non proprio di prima fascia. Se glielo avessero chiesto qualche stagione prima, Michael Owen non avrebbe mai immaginato che a 29 anni si sarebbe trovato a dover scegliere tra una squadra in lotta per la retrocessione e quella sbagliata di Liverpool. Nonostante da bambino tifasse per le Toffees, infatti, era poi cresciuto nelle giovanili dei Reds diventandone un vero e proprio idolo. Eppure, dopo aver concluso con un’amara retrocessione la sua avventura a Newcastle, si trova di fronte solo queste due offerte per continuare a giocare in Premier. Lui avrebbe un solo desiderio, tornare ad Anfield, ma il club non lo ha voluto.

Il destino sembra essere segnato per l’ex golden boy del calcio inglese. Quanti calciatori hanno iniziato la parabola discendente accettando un trasferimento in una squadra di livello inferiore per poi perdersi del tutto. Tanti, tantissimi, ma forse nessuno di loro ha corso il rischio di inabissarsi così presto nonostante il talento sconfinato a loro disposizione. Perché Michael Owen non è un attaccante qualsiasi, è un predestinato. Basta elencare i suoi successi e l’età in cui ha tagliato certi traguardi: a 18 anni aveva già vinto per due stagioni consecutive il titolo di capocannoniere della Premier League, a 22 ha conquistato il Pallone d’Oro (ultimo inglese a riuscirci), a 24 è diventato il nuovo attaccante del Real Madrid dei Galacticos.

In quel momento nessuno avrebbe mai messo in dubbio che avrebbe goduto di una lunga carriera ai vertici del football. Una carriera che avrebbe potuto sorpassare anche quella strepitosa di Alan Shearer. Tanto che, dopo la parentesi non troppo felice con le Merengues, era stato proprio il Newcastle ad acquistarlo per comporre un tandem da sogno di fianco allo stesso Shearer ormai negli ultimi anni di carriera. Ma proprio a St James Park inizia un calvario apparentemente senza fine. Owen gioca infatti solo 14 partite nei primi due anni al Newcastle. La frattura al dito del piede rimediata a dicembre 2005 gli ha fatto saltare tutta la seconda parte di stagione. È riuscito a tornare in campo per i Mondiali del 2006, ma si è fermato di nuovo al primo minuto dell’ultima gara del girone contro la Svezia. Stavolta è il legamento crociato anteriore del ginocchio destro a saltare, uno di quegli infortuni che può diventare una sentenza.

Michael Owen si è infortunato dopo pochi secondi dall'inizio della gara tra Inghilterra e Svezia ai Mondiali 2006

Nonostante ritrovi un po’ di continuità nelle stagioni successive non smette mai veramente di avere problemi fisici. La brillantezza che lo contraddistingueva a Liverpool ormai non si vede più. Per molti ormai è un giocatore finito, su cui possono scommettere solo squadre sull’orlo della retrocessione o che hanno bisogno del nome di spessore. Anche lo stesso Owen sembra essere rassegnato al suo destino, tanto da volare in America per conoscere David Moyes, il manager dell’Everton. Passano una giornata insieme giocando a golf e discutendo della squadra.

Di ritorno dagli Stati Uniti, però, riceve una chiamata. Dall’altra parte della cornetta c’è Nicky Butt, ex centrocampista del Manchester United con cui aveva condiviso lo spogliatoio al Newcastle e in Nazionale: «Giusto per avvertirti, Alex Ferguson ti vorrebbe mettere sotto contratto». Owen non ci può credere, pensa sia uno scherzo. Come può l’allenatore più iconico della Premier League pensare di ingaggiarlo nonostante il suo passato negli acerrimi rivali del Liverpool, nonostante non sia più il giocatore di un tempo tanto da aver ricevuto un secco no dai Reds, nonostante abbia praticamente solo una gamba buona? Invece è tutto vero. Pochi giorni dopo lo chiama direttamente Sir Alex che mette il carico da novanta: per lui è pronta l’iconica numero 7, la maglietta che fu di Best, passò a Cantona e ha avuto come ultimo divino interprete Cristiano Ronaldo. Owen non può che accettare l’offerta e iniziare un nuovo capitolo della sua carriera.

Il nuovo numero 7 del Manchester United

L’annuncio dell’arrivo di Michael Owen al Manchester United crea un piccolo tumulto in tutta l’isola. I fan del Liverpool insorgono per il passaggio di una loro vecchia gloria agli odiati rivali. Sentimenti simili a quelli dei tifosi dei Red Devils, che mettono sotto accusa anche Ferguson per aver sostituito due calibri da 90 come Ronaldo e Tevez con quello che è considerato un ex giocatore. Gongolano invece i supporter del City, godendo delle apparenti disgrazie dell’altra metà di Manchester mentre la proprietà araba promette investimenti faraonici.

Alex Ferguson però è uno scozzese duro e puro. Ha una convinzione granitica nelle sue idee e dell’opinione dei tifosi non se ne cura minimamente. Lui sa perché ha ingaggiato Owen, e non è solo per il lusso di avere un calciatore del genere disponibile a entrare dalla panchina per risolvere qualche grana. Sir Alex sa bene che i campionati si vincono sì con i piedi, ma ancor di più con la testa, e Owen è un agonista nato, sente la competizione come pochi altri. È uno di quegli uomini che porta la consapevolezza nei propri mezzi a un livello tale da diventare anche un po’ arroganza, ai limiti della disillusione. Nonostante sappia anche lui di non essere più l’atleta di qualche anno prima, è ancora convinto di poter segnare tante reti in Premier ed è pronto a dimostrarlo.

Michael Owen in maglia Manchester United

L’inizio di stagione del Manchester United è indubbiamente buono. Nella seconda giornata di campionato, a Burnley, Ferguson schiera per la prima volta dall’inizio la coppia Rooney-Owen ma arriva una sconfitta. È però l’unico passo falso di un periodo che vede l’esordio positivo contro il Birmingham e una cinquina rifilata al Wigan nella trasferta successiva dove, da subentrato, Owen segna il suo primo gol con la maglia dei Red Devils. Sir Alex tiene in panchina il nuovo numero 7 nelle vittorie contro Arsenal e Tottenham, mentre gli regala 25 minuti in un risicato successo a Istanbul nell’esordio stagionale di Champions League contro il Besiktas. La partita più importante dell’inizio di stagione è però indubbiamente quella del 20 settembre: a Old Trafford arriva il Manchester City e Alex Ferguson ha qualche motivo in più del solito per cercare di vincere il derby.

Sono tante le personalità di rilievo in questa gara. A partire da quelle sedute sulle panchine: su quella dei Reds ovviamente c’è Ferguson mentre l’allenatore dei Citizens è nientemeno che Mark Hughes, vincitore di due Premier, due FA Cup, una Coppa di Lega e una Coppa delle Coppe con i Red Devils guidati proprio da Sir Alex. Il City schiera ovviamente l’ex dal dente avvelenato Tevez al centro dell’attacco, affiancato da giocatori iconici (per motivi molto diversi tra loro) come Craig Bellamy e Shaun Wright-Phillips. Ma tutti i reparti sono zeppi di nomi che rimarranno nella mente degli appassionati.

Il derby da sogno di Michael Owen

La partita ha un ritmo scoppiettante e sembra prendere subito i binari giusti per lo United quando, dopo due minuti, Rooney si destreggia in area e infila Shay Given. Ma al quarto d’ora un’uscita criminale di Foster permette a Tevez di servire a porta vuota Gareth Barry per il pareggio del City. All’inizio della ripresa il copione si ripete: Fletcher incorna di testa un cross di Giggs e porta in vantaggio i padroni di casa, Bellamy tre minuti dopo risponde con una botta tremenda da fuori area che si infila nel sette. I Citizens non hanno intenzione di mollare il colpo, Ferguson è fumante in panchina e capisce che ha bisogno di qualcosa di diverso. Così al 78’ arriva il momento di Michael Owen, che prende il posto di Berbatov.

Craig Bellamy va a segno con una doppietta in questo speciale derby di Manchester
via https://x.com/ManCity/

È una partita strana, speciale, quella che si svolge al Teatro dei Sogni. Lo si capisce due minuti dopo l’ingresso in campo di Owen, quando Fletcher (non proprio un bomber di razza) mette a segno addirittura la sua doppietta personale. Di nuovo di testa, di nuovo su cross di Giggs. Giochi conclusi? Neanche per sogno perché, allo scoccare del novantesimo, lo United si tira un’altra zappata sui piedi: Rio Ferdinand sbaglia malamente un appoggio sulla metà campo, Bellamy si invola in solitaria verso la porta e brucia Foster. Il gol del 3 a 3 gela Old Trafford e allunga a dismisura il recupero, un agonizzante assedio dello United che cerca senza successo uno spazio nella difesa dei Citizens.

Arriva così l’ultimo minuto di recupero, il cronometro sta per scoccare sul 96. Il City non ha più energie per difendersi e chiede a gran voce il triplice fischio. Le squadre hanno perso totalmente qualsiasi concetto di disposizione tattica in campo, si va avanti solo sui nervi e sul cuore. Rooney si trova addirittura a fare da ultimo uomo difensivo, anche se sempre ben oltre la metà campo, e senza troppa grazia alza un campanile verso l’area rispedito dalla difesa verso il centro del campo. Il pallone rotola tra i piedi dell’onnipresente Giggs che alza lo sguardo e scorge un miraggio: la parte sinistra dell’area del City è sguarnita, Micah Richards ha stretto troppo verso il centro. C’è un uomo in maglietta rossa che attacca quello spazio e alza le braccia nervosamente reclamando il pallone. L’ala gallese non si fa pregare e lo serve con precisione.

Quel calciatore solo sul lato sinistro dell’area ha la maglietta col numero 7 sulla schiena. Michael Owen si fionda su quel passaggio filtrante come ne dipendesse la sua vita. Sarà anche un giocatore dal fisico ormai rovinato, non avrà più la leggiadria del golden boy che aveva incantato il mondo intero, ma vive per momenti del genere. Gli è sempre bastata una sola occasione per lasciare il segno. Old Trafford aumenta i decibel, avverte che sta per avverarsi qualcosa di magico. Wright-Phillips si accorge troppo tardi del disastro e prova a rimontare, Given esce dai pali e gli si para davanti, ma Owen in quella situazione semplicemente non può sbagliare. Anticipa entrambi con un colpo di punta che si infila sibilante all’angolino.

Michael Owen segna il gol decisivo nel derby di Manchester
via https://x.com/ManUtdSnapshot/

Il Teatro dei Sogni tiene fede ancora una volta al suo nome e aggiunge un’altra pagina da batticuore alla sua incredibile storia. Lo stadio esplode e abbraccia il suo numero 7 che corre a perdifiato, quasi incredulo, sotto la curva festante. Le polemiche delle settimane precedenti sono già dimenticate, cancellate da una rete contro un rivale che fa sempre più spavento. Owen diventa in un sol colpo una leggenda dei Red Devils. Il commentatore televisivo si fa scappare un ironico “Welcome to Manchester”, rigirando ulteriormente il coltello nella piaga aperta nel cuore dei tifosi Citizens. Anche Sir Alex perde il suo aplomb e scatta in campo urlando, mentre a Mark Hughes non rimane altro che prendersela col quarto uomo perché il tempo sarebbe già scaduto.

L’ultima pennellata d’autore di un match incredibile non può che essere proprio la sua, quella del burbero tecnico di Glasgow che non riesce a nascondere un sorriso soddisfatto alle telecamere delle tv che lo intervistano nel dopo gara. Dopo aver ribadito con fare sornione che a lui dei derby non interessa perché quel che conta è vincere il campionato, piazza il colpo di genio con quell’accento scozzese che rende il tutto ancora più esilarante: «Ok, al momento abbiamo un vicino di casa e delle volte i vicini di casa sono rumorosi. Non ci puoi fare niente, devi andare avanti con la tua vita». Perché fino a che è rimasto al comando l’ultima parola l’ha sempre avuta lui, Sir Alex Ferguson.

Portsmouth – Reading 7-4, 29 settembre 2007: la più incredibile goleada della storia della Premier

2 ' di lettura

Un record che resiste ancora oggi. Esattamente diciotto anni fa (era il 29 settembre 2007) si registrò la più incredibile goleada della storia della Premier League. Stiamo parlando di Portsmouth – Reading, finita 7-4. Avete letto bene: 7-4. Non una partita di calcio a 5, come farebbe sembrare il punteggio, o la partitella infrasettimanale “Scapoli contro ammogliati”.

Era l’ottava giornata del massimo campionato inglese e i ventimila spettatori di Fratton Park assistettero a un match memorabile: il 2-1 dell’intervallo (doppietta di Benjani dei locali, gol dell’illusione di Hunt prima del duplice fischio) mai avrebbe fatto presagire la goleada della ripresa. Sul tabellino dei marcatori finirono ancora una volta per il Portsmouth di mister Joe Jordan Benjani (autore quindi di una tripletta), poi Hreioarsson, Kranjcar, Ingimarsson e Muntari (su calcio di rigore), mentre il Reading del tecnico Steve Coppell rese meno amara la sconfitta con i centri di Kitson, Long e Campbell.

Niko Kranjčar festeggia il compagno Benjani Mwaruwari
Niko Kranjčar festeggia il compagno Benjani Mwaruwari

Quel giorno venne infranto il record precedente e cioè la vittoria per 5-4 dell’Arsenal contro il Tottenham del 13 novembre 2004.

Il Reading al termine di quella stagione retrocesse in Championship (proprio a causa del Portsmouth: nell’ultima giornata di campionato a nulla valse la vittoria dei Royals contro il Derby County, visto che il Fulham batté proprio il Portsmouth conquistando la salvezza).

Andarono decisamente meglio le cose per il Portsmouth che si piazzò all’ottavo posto in campionato e soprattutto si aggiudicò l’FA Cup battendo in finale il Cardiff.

It had to be Chloe Kelly. Chi è la Leonessa del calcio inglese

4 ' di lettura

“Il mio anno è la dimostrazione che i momenti difficili non durano per sempre,

tutto si supera, basta credere in se stessi”

Chloe Kelly dopo aver vinto il suo secondo Europeo (foto ig)

Chloe Kelly ha appena pronunciato queste parole in conferenza stampa, è da poco finita la finale dell’Europeo che ha visto l’Inghilterra vincere la partita al termine dei calci di rigore contro la Spagna. L’ultimo penalty l’ha messo a segno proprio lei. Decisiva, come nell’Europeo del 2022 giocato in Inghilterra, che vide trionfare le Leonesse a Wembley contro la Germania. Proprio (sempre) grazie a un suo gol.

E dire che all’inizio dell’anno Kelly non era certa di partecipare al torneo in Svizzera quest’estate. Al Manchester City non riusciva a trovare il giusto spazio, così a gennaio ecco la decisione di andare in prestito all’Arsenal, club che l’aveva cresciuta e lanciata nel calcio professionistico. Le ultime cinque stagioni al City erano state belle, per carità, ma la rottura del crociato nel 2021 aveva compromesso la sua carriera e la possibilità di ripartire, di guadagnarsi il giusto spazio. Solo sei presenze in campo nei primi quattro mesi della stagione 2024/25, tanto per capirsi.

Con la seconda avventura all’Arsenal l’attaccante si guadagna la chiamata in Nazionale

Aveva accarezzato anche l’idea del ritiro, poi è arrivato (tornato) lui, l’Arsenal, l’ovile che le ha permesso di tornare alla vita. E così anche la vera Chloe è tornata, vincendo la Champions League a fine anno contro il Barcellona e riguadagnandosi le attenzioni di Sarina Wiegman, la ct inglese chiamata a difendere il titolo ottenuto in casa tre anni fa.

The first time was so nice, we had to do it twice

Chloe Maggie Kelly è nata a Londra nel 1998 ed è l’ultima di sette figli. È abituata a sgomitare insomma, specialmente quando da bambina vuoi scendere in strada e dare due sacrosanti calci al pallone giocando contro i tuoi fratelli. E no, in porta non ci vuoi andare perché ami troppo fare gol. Nello stupore dei maschietti che non possono impedire alle tue gambe di muoversi, dribblare, superarli, col pallone sempre bene attaccato alla suola. Col loro sguardo che prova a seguirti, fermarti, marcarti. Ma non è così facile placcare Chloe e la sua voglia di pallone.

“Who the hell is she?” Se lo sarà sentito dire tante volte giocando per strada, poi venne il momento di lasciarla quella strada per provare a sfondare nel calcio professionistico. La trafila nel vivaio dell’Arsenal e il debutto in prima squadra nel 2015, a soli diciassette anni. Seguono quindi tre anni all’Everton e in parallelo il percorso nella Nazionale, dalle giovanili a quella maggiore. Nel 2020 la chiamata del Manchester City e l’ultimo approdo all’Arsenal, dove è recentemente passata a titolo definitivo.

Ma torniamo all’ultimo Europeo, che ha visto trionfare l’Inghilterra dopo i rigori contro la Spagna. Chloe Kelly parte sempre dalla panchina. Sia nella fase a gironi che in quella a eliminazione diretta. Nei quarti di finale contro la Svezia le inglesi sono a un passo dal dire addio alla competizione: siamo al 77’ e le svedesi conducono per 2-0. Un minuto dopo entra Kelly e, nel giro di un niente, cambia davvero tutto. Sono suoi i due assist per Bronze e Agyemang che nell’arco di tre minuti riscrivono il copione della gara: 2-2 alla fine dei supplementari, le Leonesse si guadagnano i calci di rigore, Kelly va a segno dagli undici metri e porta le sue in semifinale contro l’Italia.

L’esultanza dopo la rete del 2-1 segnata all’Italia in semifinale

Con le azzurre (ahinoi) la storia si ripete. L’Inghilterra è sotto di una rete (Bonansea), arriviamo al 77’ ed ecco di nuovo entrare Kelly. Agyemang al 96’ manda la sfida di nuovo ai supplementari segnando la rete dell’1-1 e al 119’ Kelly si prende in carico il calcio di rigore decisivo. Giuliani fra i pali intuisce la traiettoria, ma sulla ribattuta la numero 18 si fa trovare pronta e il suo tap-in fissa il risultato della sfida sul 2-1, con le Leonesse che volano in finale a Basilea contro la Spagna.

Nell’ultimo atto dell’Europeo le iberiche passano in vantaggio al 25′, Kelly entra in campo prima dell’intervallo, ed ecco di nuovo l’effetto farfalla: a inizio secondo tempo è suo l’assist per Russo che porta la finale sull’1-1. Dopo l’extra time è ancora parità, pertanto ci si avvia alla decisiva lotteria dei rigori. E indovinate un po’ chi realizza l’ultimo penalty? Ma Chloe Kelly naturalmente. Decisiva. It had to be her.

Eva Bertolacci

Alan Shearer is coming home, la fantastica estate del 1996

14 ' di lettura

A ben pensarci, l’estate è una stagione fondamentale per il calcio così come ogni altra parte dell’anno. Alcune volte si vorrebbe che fosse magica, come tutta l’Italia ha sperato nel 1990, altre che sia più tranquilla e non vada a disfare i meccanismi costruiti a fatica durante l’anno passato. Tifosi, club, calciatori, il destino di ogni anima legata al football è deciso nei mesi più caldi dell’anno.

Ci sono estati ed estati. Forse chiedere a un bomber come Alan Shearer quale possa esser stata la sua preferita sarebbe un po’ stupido, un po’ come chiedere a un amante della musica qual è la sua canzone preferita. Uno che ha vinto una Premier League e innumerevoli classifiche da cannoniere, che ha giocato fino a 36 anni segnando valanghe di reti. Talmente tante che potrebbe essere difficile sceglierne solo qualcuno da presentare.

Eppure, eppure, la mente vola subito a un anno in particolare. Un anno speciale per tutta l’isola, non solo per Shearer, e in particolare per una città del nord est dell’Inghilterra dove il lavoro, la passione e la lealtà non sono vuote parole, ma vere e proprie necessità di vita.

La Nazionale inglese si prepara all’Europeo più importante

La sera del 7 settembre 1994 è fredda e umida, una di quelle che ci si aspetta dall’autunno che avanza in Inghilterra. A Wembley i Tre Leoni affrontano gli Stati Uniti in amichevole. È la prima dopo i Mondiali del 1994, quelli organizzati proprio dagli yankees, quelli del rigore tirato da Roberto Baggio alle stelle del cielo di Pasadena. Sulla panchina della Nazionale inglese siede da gennaio Terry Venables, o come lo chiamano i tabloid “El Tel” per la sua avventura alla guida del Barcellona dieci anni prima. È un allenatore che divide l’opinione pubblica: c’è chi lo reputa una delle grandi menti inglesi del football e chi invece un uomo più capace di vendere la sua immagine che di vincere partite.

Come coach dei Tre Leoni, Venables ha un compito più difficile di ogni altro allenatore che si sia seduto su quella panchina nei trenta anni precedenti. Nel 1996, infatti, football will come home again. Il calcio tornerà di nuovo a casa. L’Inghilterra ospiterà i Campionati europei, la prima manifestazione internazionale a giocarsi sull’isola dagli storici Mondiali del 1966 in cui la Regina Elisabetta consegnò a Bobby Moore la Coppa Rimet da alzare al cielo.

La pressione è altissima sulla squadra e tutti, a partire da quei tabloid sempre così fastidiosi, hanno un’opinione su chi e come dovrebbe giocare. Venables però vuole andare avanti con le sue idee, idee che si possono formare solo vedendo i suoi ragazzi sul campo. Così, visto che da Paese ospitante l’Inghilterra non deve passare attraverso le qualificazioni, organizza una lunga serie di amichevoli che terminerà solo due settimane prima dell’inizio dell’Europeo, in una cornice suggestiva come Pechino, prima che anche lì il capitalismo avesse il sopravvento.

Quella sera di inizio settembre Venables schiera la formazione che, in quel momento, reputa la migliore a sua disposizione. David Seaman tra i pali, Graeme Le Saux e Tony Adams nei quattro di difesa ad accompagnare l’unico esordiente, Barry Venison del Newcastle. A centrocampo dirige le operazioni capitan David Platt, sulle ali John Barnes e Darren Anderton. Davanti c’è la coppia che “El Tel” spera lo porti fino alla finale: Teddy Sheringham fa da supporto al bomber designato, colui che dovrà guidare la squadra, Alan Shearer.

È proprio la punta del Blackburn a risolvere una gara in realtà non così esaltante dell’Inghilterra. La squadra di Venables cerca ancora un’identità, contro gli statunitensi lontani parenti del gruppo esaltante che ha entusiasmato i tifosi in patria ai Mondiali. Serve una doppietta a stretto giro di posta di Shearer, un destro-sinistro da pugile esperto a pochi minuti dall’intervallo, per regolare gli yankees. Nulla di strano per chi, la stagione precedente, ha timbrato il cartellino 34 volte in 48 partite. L’Inghilterra vince 2-0 la prima gara del percorso verso Euro 96 e, anche se i mugugni della stampa e dei tifosi non mancano, c’è un’idea chiara e condivisa da tutti: questa è e sarà la squadra di Alan Shearer.

Alan Shearer con la maglia dell’Inghilterra – fonte These Football Times

Gli scandali dei Tre Leoni e il digiuno in bianco di Shearer

Invece non sarà così, per niente. Nelle dodici partite successive quel braccio destro che ogni amante del football ha imparato a conoscere non si alzerà mai. Quasi due anni di digiuno, un’infinità per un calciatore che vive solo per buttarla dentro la rete. Ma ciò che fa ammattire l’Inghilterra intera è che Shearer non smette di segnare completamente. Quando veste la maglia del Blackburn è la solita iradiddio: sono 37 le reti sia nella stagione 94/95 che nella 95/96, con la prima condita dal titolo di campioni della Premier League per la prima volta in 81 anni di storia del club. Quando scende in campo per la Nazionale, invece, lo squalo degli ultimi sedici metri si trasforma in un innocuo ippocampo. Oppure, come scrive Rob Hughes sul Times: «Quando scambia il bianco e blu del Blackburn per il bianco dell’Inghilterra, è come Superman senza il mantello».

Ma la Nazionale avrebbe bisogno proprio del suo supereroe, quello che, invece della S rossa sul petto, tiene con orgoglio la 9 sulle spalle. Le polemiche montano nei mesi, toccano tutti a partire da Venables e gli elementi più complicati della rosa come il folle e fragile Paul Gascoigne. Sottovoce negli studi televisivi, tra le righe degli articoli di giornale, qualcuno osa mettere in dubbio pure Alan Shearer. D’altronde c’è Robbie Fowler che ha fatto una stagione incredibile col Liverpool, soprattutto negli ultimi mesi in cui è in forma smagliante. Altrimenti potrebbe giocare Les Ferdinand del Newcastle, un altro numero 9 prestante e capace di segnare con regolarità. Shearer, che comunque ha chiuso in testa la classifica dei marcatori nonostante un Blackburn in palese difficoltà, oltre al digiuno con i Tre Leoni ha dovuto anche convivere con un problema all’inguine nella seconda parte di stagione che lo ha costretto a finire sotto i ferri.

Terry Venables, però, è irremovibile. Difende a spada tratta i suoi giocatori, fa da scudo per tutti e in sala stampa si scaglia con fervore contro i giornalisti, additati come traditori e nemici della patria. Nonostante prestazioni non esaltanti, moduli sfogliati come pagine di un libro poco interessante e scandali da far venire l’acquolina in bocca ai tabloid. Come quello che colpisce la Nazionale a pochi giorni dall’Europeo.

L’Inghilterra è a Hong Kong, dopo aver disputato due gare storiche per svariati motivi. La Cina viene battuta 3-0 il 23 maggio e alla prima gara dall’inizio dopo l’infortunio Shearer non segna per l’ennesima volta. Sono così la doppietta di Barmby e il gol di Gascoigne a bagnare la prima gara insieme di Gary e Phil Neville con la maglia della Nazionale: un’evenienza del genere non accadeva dai tempi di Bobby e Jack Charlton. La partita contro la formazione di Hong Kong invece non finisce neanche nei libri di storia, ufficiosa a dir poco.

La squadra si concede così un po’ di riposo, ma la serata si trasforma presto in un episodio da “Una notte da leoni” ante litteram. Svariati giocatori vengono scovati e immortalati ubriachi fradici al China Jump, un night club. Sdraiati su quelle che verranno chiamate sedie da dentista, si fanno versare litri di alcol di cui buona parte non finisce in bocca. In tanti sono lì e a guidare il gruppo di scalmanati non può che essere lui, Paul Gascoigne. Come se non bastasse, il jet della Cathay Pacific che riporta l’Inghilterra a casa viene devastato.

«Guardate Gazza… Un babbeo ubriaco senza orgoglio», scrive con il solito stile tagliente da tabloid il Sun accanto a una sua foto scattata al China Jump con Steve McManaman e Teddy Sheringham, tutti e tre con le magliette ridotte a brandelli e l’aria di chi si è divertito tanto, forse troppo. In cima c’è il titolo dell’edizione del giorno, un tipico gioco di parole all’inglese, ma che rappresenta perfettamente lo stato d’animo di una nazione: «Disgracefool».

Ce la farà il football a trovare la via di casa?

«Grazie a tutti per la preoccupazione, ma posso occuparmene io di segnare. Non mi dà fastidio come ad altri». Con la voce ferma, lo sguardo stoico di chi sa che in realtà sono altre le preoccupazioni nella vita che quella di non segnare da qualche gara, Alan Shearer liquida così la stampa prima della gara d’esordio di Euro 96 contro la Svizzera. Venables glielo aveva garantito più di un anno prima e non ha cambiato idea nel frattempo, nonostante la carestia di gol: la punta titolare dell’Inghilterra agli Europei sarà lui. E Shearer, quando si gioca per qualcosa in palio, non sbaglia quasi mai.

Gli bastano 23 minuti contro la Svizzera, nella gara d’esordio, per timbrare il primo cartellino della manifestazione. Sul limite dell’area Paul Ince si inventa un filtrante sul lato destro dell’area di rigore, dove Shearer è completamente libero. Come il vero cannoniere che è non ci pensa due volte e, nonostante una coordinazione non proprio perfetta che lo fa cadere al momento del tiro, scaglia una mattonata verso la porta che brucia il portiere elvetico. Stavolta il braccio destro non si alza. Non è un gol come gli altri. Si scatena una corsa senza fine, con i compagni che provano a fermarlo uno dopo l’altro mentre saltella come un ragazzino sul prato di Wembley.

Non è un gol come gli altri, non solo per Alan Shearer. Superman è tornato a Metropolis e tutti riprendono speranza. Nonostante con la Svizzera arrivi solo un pareggio, le prestazioni successive sono molto più convincenti: la Scozia viene battuta seccamente per 2-0 e Gascoigne si prende una geniale rivincita contro l’Inghilterra intera, festeggiando la sua rete mimando la sedia del dentista che tanto aveva fatto parlare tutti; l’Olanda invece viene completamente abbattuta dopo una partita perfetta dei giocatori di Venables, un 4-1 che fa entusiasmare tutta la nazione. La canzone dei Lightning Seeds, Three Lions, quella che canta allegramente “football is coming home”, impazza in ogni angolo dell’isola. Il tabellino di Shearer è stellare: un gol all’esordio, uno contro la Scozia e due contro l’Olanda. Fanno quattro gol in tre gare. Una media incredibile, una media da Shearer.

Dopo l’agonizzante quarto di finale contro la Spagna, vinto immeritatamente ai rigori, l’Inghilterra trova in semifinale l’avversario di sempre, la Germania. Proprio come nella finale del Mondiale del 1966. Per portare a casa questo benedetto football bisogna battere loro, quelli che hanno somministrato dolorosissime sconfitte ai Tre Leoni negli ultimi trent’anni. Però i tedeschi sono rimaneggiati, hanno tanti infortunati a partire dal capitano Klinsmann. La sensazione è che possa essere davvero l’occasione giusta, e dopo tre minuti di gara diventa quasi una certezza. Ince guadagna un corner con una botta dai 25 metri smanacciata via da Köpke, Gazza batte il corner sul primo palo pescando la testa di Adams che allunga verso l’area piccola. Quello è il regno di uno e un solo predatore, uno dei più grandi di sempre: Shearer brucia tutti e segna il quinto gol dei suoi fantastici Europei.

Alan Shearer esulta dopo il gol alla Germania nella semifinale di Euro 96 – fonte The Independent

I tedeschi però sono un osso veramente duro. Pareggiano dopo una decina di minuti e poi alzano un fortino davanti alla porta, tenendo botta fino alla fine dei tempi regolamentari. Venables non fa cambi e tiene gli stessi undici anche nei supplementari, trenta minuti dove Wembley è costretta a ricacciarsi in gola un urlo liberatorio almeno due volte. La prima è su un pallone basso verso il centro dell’area su cui Anderton anticipa il portiere ma, steso a terra, riesce a colpire solo il palo. La seconda è l’occasione di una vita: Sheringham serve Shearer profondo sul lato destro dell’area, il bomber del Blackburn riesce a colpire al volo di controbalzo una palla che rotola qualche centimetro più lontana dalle dita di Köpke. La sfera scorre docilmente in area piccola, i centrali tedeschi sono immobili mentre dall’altra parte dell’area Gascoigne si avventa sul pallone. La sua corsa però è stanca, il movimento sgraziato e, incredibilmente, manca di un soffio l’impatto.

Shearer fa il suo dovere un’ultima volta, prendendosi la responsabilità di iniziare la malefica girandola dei calci di rigore e segnando senza problemi. È Gareth Southgate a far crollare le speranze inglesi, al sesto giro di una giostra fino a quel momento perfetta, con un piattone poco angolato ben intuito da Köpke. Andreas Moller invece calcia di potenza pura, di collo pieno, quasi a voler ricacciare lontano il prima possibile quel pallone così pesante. Il tiro finisce inesorabilmente sotto la traversa e la Germania va in finale, nel silenzio assordante di Wembley.

L’addio al Blackburn di un conteso Alan Shearer

La sconfitta nella semifinale di Euro 96 fa malissimo ai tifosi d’Oltremanica. Football is not coming home, nonostante tutto. Venables fa i bagagli, come già annunciato da maggio, mentre l’opinione pubblica non sa a chi addossare la croce per primo. Chi non può finire sul banco degli imputati è però Alan Shearer che, con le sue cinque reti, è diventato comunque il capocannoniere dell’Europeo.

Il resto dell’estate, per il bomber del Blackburn, non è però dedicata al riposo e alla preparazione per la stagione successiva. Non è un mistero che i Rovers difficilmente possano ripetere la clamorosa vittoria del titolo dell’anno precedente e Shearer ha un accordo con la dirigenza: può valutare le sue opzioni per andare via. Le squadre che necessiterebbero della sua cattiveria agonistica, di quella precisione chirurgica nel trovare la rete in ogni modo, della serietà che mette in ogni gara sono… Tutte. Non esiste squadra al mondo che non potrebbe fargli spazio.

Un giovane Alan Shearer con la maglia del Blackburn – fonte x.com/90sfootball

Infatti i nomi si sprecano, e sono tutte le pretendenti più gettonate al ballo di mezza estate. Inizialmente le richieste più pressanti arrivano dalla Spagna: a Barcellona allena Bobby Robson, uno nato e cresciuto a venti chilometri da Newcastle, e pare che la dirigenza blaugrana abbia dato il via libera per spendere quanto mai prima d’ora. Robson ci pensa seriamente, poi però sceglie di prendere un’altra strada. Porta a Eindhoven, in Olanda, dove gioca un giovane attaccante brasiliano dalle potenzialità strabilianti tanto quanto fragili sono le sue ginocchia. A metà luglio il Barcellona annuncia l’acquisto di Ronaldo Nazário da Lima per la cifra record di 20 milioni di dollari.

Rimane allora l’altra grande di Spagna, il Real Madrid, il cui presidente Lorenzo Sanz farebbe carte false per acquistarlo. Come l’Avvocato Agnelli a Torino, che è follemente innamorato di Shearer ma capisce presto che si sta scatenando un’asta come non se ne sono mai viste e finisce per tirarsi indietro. In Italia si fa anche il nome dell’Inter, ma non ci sarà mai nulla oltre a qualche telefonata. Tutti i grandi club provano ad acquistarlo, e quasi tutti falliranno subito.

Il perché è presto detto: Alan Shearer è e rimarrà sempre un figlio prediletto della terra d’Albione. È nato a Gosforth, nei sobborghi di Newcastle. Il padre e il nonno sono stati degli operai, uomini semplici e dai valori forti come in ogni famiglia dove si deve stare attenti per portare una zuppa a tavola per tutti ogni santa sera. Non si può trapiantare un vero inglese purosangue in una nazione latina come la Spagna o l’Italia. Dieci anni prima ci aveva provato Gary Lineker, durato solo tre stagioni al Barcellona. Per non parlare di Jimmy Greaves, uno dei bomber di razza degli anni 60 e 70, dieci partite al Milan in cui segnò sì nove gol ma arrivò a odiare la Lombardia e Nereo Rocco. No, Alan Shearer rimane in Inghilterra. E sono solo due le squadre che possono provare ad acquistarlo.

Essere o non essere: la grande scelta di Alan Shearer

Tra le varie peculiarità dei grandi geni, ce n’è una che a volte dà addirittura fastidio: sono spesso capaci di descrivere il mondo con una precisione fuori dalla portata dei comuni mortali, con parole che non subiscono mai il crudele passare del tempo. «To be, or not to be, that is the question» è una di quelle frasi immortali, capace con poche sillabe di inquadrare ogni forte dilemma interiore.

Cinquecento anni sono passati da quando William Shakespeare scrive per il principe Amleto uno dei monologhi più conosciuti e recitati di sempre e chissà se Alan Shearer non ne tenga in casa una copia. Un piccolo tomo consumato dall’utilizzo, di quelli che occupano la parte più laterale di uno scaffale da libreria, così che sono facili da ritrovare e leggere per l’ennesima volta. Dev’essere proprio un dubbio amletico quello che attanaglia l’attaccante del Blackburn, pronto a una svolta epocale. Ma deve decidere lui, più che la dirigenza, come vorrà cambiare la sua vita.

Da una parte c’è il Manchester United, campione della scorsa Premier League. C’è Alex Ferguson, un manager già leggendario che ha cercato per anni di acquistarlo. C’è una squadra di campioni che pare essere costruita per lui. Cantona come spalla d’attacco, un compagno come mai ne ha avuti fino a quel momento, e poi tutti i ragazzi della Classe del 92: le sgroppate di Giggs, l’intelligenza e la tecnica di Scholes e Butt, le giocate di Beckham. C’è la prospettiva di dominare in patria e magari di vincere anche in Europa. Chi lo sa, magari di arrivare a un treble, come mai non è riuscito a una squadra inglese fino a quel momento.

La Classe del 92 del Manchester United nella finale di FA Cup giovanile del 1992 – fonte manutd.com

Dall’altra parte però ci sono delle emozioni pure, come Shearer non può trovare in nessun altro luogo. Quelle create dalla squadra con la maglia a righe bianche e nere che gioca a pochi passi da casa. Quella che da ragazzino lo faceva emozionare al punto che non poteva fare altro che guardarla. Quella che il padre non avrebbe voluto che seguisse, perché i ragazzi ricchi giocano a golf e non a football, eppure lui non poteva fare a meno di provare a emulare. Quella che, quando Alan era un marmocchio, aveva il giocatore più importante del mondo ai suoi giovani occhi da tifoso: Kevin Keegan.

Il caso vuole che sia proprio il due volte Pallone d’Oro a guidare il Newcastle, che fa un’offerta al Blackburn di grande valore economico per portarlo a casa. Sembra che il destino voglia proprio il ritorno del figliol prodigo nel Tyneside. Eppure non è colpa di nessuna circostanza astrale, di nessuna supposta opposizione della dirigenza del Blackburn alle offerte dei Red Devils, se alla fine il bomber prende la sua scelta con l’unico organo a cui ha sempre dato retta, fin da quando scelse il pallone invece che i ferri patinati: il cuore. E il cuore non vede altro che Alan Shearer indossare la maglia delle Magpies in un St James’ Park stracolmo di tifosi.

Il figliol prodigo torna a casa

Il 30 luglio 1996 il Newcastle annuncia l’acquisto di Alan Shearer. Il costo dell’operazione è di 15 milioni di pound, superando il record stabilito da Ronaldo e il Barcellona qualche giorno prima. La squadra è in tournée in Asia ma i giornalisti raccontano di come Kevin Keegan non smetta più di sorridere, dopo aver chiuso l’acquisto più importante della sua carriera da manager.

È un evento così importante che la sua presentazione viene coperta dalla tv nazionale. Newcastle accoglie il suo figlio adorato come sa fare solo lei, con un cielo ancora più scuro del solito e una pioggia costante, fitta, che non lascia tregua. Ma non importa. St James’ Park viene preso d’assalto da ventimila tifosi, forse una stima per difetto. Decine di migliaia di persone in maglia bianca e nera che cantano a squarciagola, senza fermarsi per un momento: «Shearer is coming home, Shearer is coming home». Alan si prende un bagno letterale, l’acqua non smette di scendere un secondo, ma soprattutto di folla. L’eroe del popolo geordie è veramente tornato a casa.

Alan Shearer in uno degli ultimi anni di carriera al Newcastle – fonte National Football Museum

Alex Ferguson si prende la prima di una lunga serie di rivincite una decina di giorni dopo. È l’11 agosto e a Wembley si disputa la Charity Shield. Il Manchester United batte con un sonoro 4-0 il Newcastle della coppia d’attacco fortissima Shearer-Ferdinand. Non è un inizio incoraggiante per le Magpies, ma l’entusiasmo della città è incontenibile. Qualche dubbio ai più smaliziati inizia a salire nella prima gara di Premier League, la settimana seguente a Goodison Park. L’Everton non dovrebbe essere un avversario così tosto per i vicecampioni d’Inghilterra, eppure vince per 2-0. Quattro giorni dopo, però, c’è l’esordio a St James’ Park. Ospite del Newcastle è il Wimbledon.

La partita si mette subito bene, Batty al terzo minuto segna un favoloso lob dai 35 metri che porta in vantaggio i bianconeri. Ma lo stadio stracolmo vuole vedere un evento ben preciso e attende con ansia. I minuti però scorrono, le Magpies dominano ma non ci sono altre reti. Le consegne di Keegan ai suoi sono chiare, quando possibile si deve dare palla a Shearer. Che segna a inizio secondo tempo, ma in fuorigioco. Le occasioni sono molte, anche se non sui piedi del numero 9. A due minuti dalla fine riceve palla fuori area, prova a imbastire un uno contro uno da fermo con un difensore che morde senza remore la sua caviglia destra: è fallo, punizione diretta dai 30 metri.

Il pallone se lo prende lui, senza nessun altro attorno. Non è conosciuto per essere un mago delle punizioni, ma non c’entra nulla essere forti in quel fondamentale. Conta solo segnare, proiettare il pensiero verso il pallone che compie una parabola perfetta per entrare in rete e imporre al piede di eseguire proprio il gesto necessario per arrivare a quel risultato. Shearer fa esattamente questo. Prende la rincorsa, blocca la caviglia destra e colpisce forte il pallone. La distanza è ragguardevole, ma non conta nulla. La sfera ruota, la parabola è veramente perfetta e si conclude esattamente dove voleva lui, precisa sotto l’incrocio dei pali.

Tutta Newcastle trattiene per un momento il respiro, i cuori di 250mila persone saltano un paio di battiti. Poi St James’ Park esplode e riporta la città alla vita con una veemenza inaudita. Lo stadio traballa, trema come nella migliore tradizione argentina. Alan Shearer, in maniera simile a quel primo gol di Euro 96 a cui tanto aveva pensato, non alza il braccio d’ordinanza. Corre verso la curva, pianta i tacchetti a pochi passi dai suoi concittadini festanti e urla di gioia. Tutto è andato come doveva, Shearer ha segnato davanti ai suoi tifosi la prima di una serie impressionante di reti.

E chi se ne frega se quell’anno, così come i successivi, Alan Shearer non vincerà il campionato o un qualsiasi trofeo con la maglia del Newcastle. Chi se ne importa se a Manchester o in un altro dei grandi club d’Europa avrebbe potuto ammassare coppe e assegni. Non conta nulla. Conta solo esser tornato a casa, stare fra la sua gente, farla contenta a suon di reti. Tra l’essere e il non essere, la prima ha avuto il sopravvento. Tutto il resto non interessa, non è importante. Non può che chiudersi così quest’estate magica: con un gol da cineteca sotto la curva, la sua curva. Shearer and football have come home.

Sunderland ‘til the end, dopo otto anni il ritorno in paradiso

4 ' di lettura

Fino alla morte. O molto vicino a essa. Dopo otto stagioni i Black Cats rivedono finalmente la Premier. Gli ultimi anni di purgatorio sono ormai un lontano ricordo. Il Sunderland torna nel massimo campionato inglese dopo aver lottato fino allo stremo, come da suo stile, nella serie playoff vinta con Coventry e Sheffield, battuto in rimonta nella finalissima di Wembley. Un altro capitolo da aggiungere alla saga del Sunderland ‘til the end.

Il doppio tonfo nel biennio terribile 2017-2019, con la retrocessione prima in Championship e l’anno successivo nella terza serie del calcio inglese, la League One, appartiene al passato. Due anni che rimarranno per sempre scolpiti nella storia del club e dei tifosi, con le implacabili telecamere di Netflix a immortalare le sventure del club. Ne avevamo parlato. E un po’, inutile dirlo, avevamo sofferto insieme alla squadra durante l’ennesimo binge-watching che dopo l’ultima puntata ci aveva lasciato tanto amaro in bocca.

Risorgere dalle ceneri

Riavvolgiamo brevemente il nastro. Stagione 2019-2020. Il Sunderland partecipa, per la prima volta dopo trent’anni (L’ultima apparizione risaliva al 1988) alla League One, la Serie C britannica. Ci vogliono quattro stagioni di autentico inferno per tornare in Championship. Merito di due scozzesi: il tecnico Alex Neil, il terzo allenatore a sedersi sulla panchina biancorossa in quella tribolata stagione 2021-2022 dopo Lee Johnson e Mike Dodds. E l’attaccante Ross Stewart, arrivato l’anno precedente sulle rive del fiume Wear e alla sua prima esperienza con un club inglese. Ross firma il contratto a gennaio 2021, debutta in biancorosso due mesi dopo e termina la sua stagione con tredici presenze e tre reti, entrando quasi sempre a gara in corso. Nel 2021 sfuma la promozione in Championship (sconfitta ai play-off contro il Lincoln City), bisogna quindi attendere la stagione successiva per assistere alla rinascita. Ancora sotto il segno di Stewart, che quell’anno segnerà ben ventiquattro reti trascinando i compagni al quinto posto vista playoff: superato in semifinale l’ostacolo Sheffield, nella finale di Wembley la squadra di Neil batte il Wycombe con due reti (il secondo gol, manco a dirlo, è di Stewart) e il club torna al piano di sopra, nella seconda serie. È il 2022.

 Ross Stewart solleva la Coppa a Wembley dopo la finale vinta contro il Wycombe (foto dal profilo IG del giocatore)

Arriva Monsieur Le Bris

Seguono tre anni di purgatorio prima della completa rinascita, ovvero l’agognato ritorno in Premier. Stavolta serve un francese in panchina, Régis Le Bris, anche lui alla prima esperienza britannica, dopo aver guidato per anni il Lorient. Regis arriva a Sunderland nell’estate del 2024 dopo la retrocessione del suo club francese d’origine in Ligue 2, non proprio il miglior biglietto da visita per un ambiente che sogna un campionato di vertice. Ma il numero uno della società, il francese Kyril Louis-Dreyfus, il più giovane presidente di una squadra di calcio inglese (classe 1998), crede nel suo connazionale e i risultati ripagano subito la fiducia riposta: quattro successi di fila nelle prime quattro uscite. La rosa è infarcita di giovani, i trascinatori sono lo spagnolo Eliezer Mayenda, classe 2005, che alla fine dell’anno timbrerà la doppia cifra e Wilson Isidor, venticinque anni, capocannoniere della squadra con tredici reti totali fra campionato e playoff. Ma nel roster ci sono anche il centrocampista Jobe Bellingham (2005), il fratellino di Jude e il talentuoso trequartista Chris Rigg, diciott’anni compiuti lo scorso 18 giugno. L’età media è davvero bassa e l’entraîneur Le Bris non potrebbe sentirsi più a suo agio, dato che in Francia ha costruito la sua carriera soprattutto nelle giovanili, dove è riuscito a dare il meglio di sé ottenendo titoli e credibilità.

Régis Le Bris, il tecnico che ha riportato il Sunderland in Premier League dopo otto anni (foto dal profilo IG dell'allenatore)

Sunderland ‘til the end

Il Sunderland termina la regular season al quarto posto con settantasei punti e si avvia con decisione ai playoff. Il primo ostacolo in semifinale si chiama Coventry e i precedenti in stagione sorridono alla formazione di Frank Lampard (un pari e una vittoria per the Sky Blues), ma nella gara di andata giocata fuori casa ci pensano le reti di Isidor e Mayenda a decidere la faccenda, con il team di Le Bris che si aggiudica il primo atto per 2-1.

Nella gara di ritorno lo Stadium of Light è una bolgia, strepitosa la coreografia preparata dai tifosi di casa con un enorme e feroce gatto nero con gli artigli sguainati, issato sugli spalti e sotto la scritta “’Til the end”.

La coreografia allo Stadium of Light prima della gara di ritorno contro il Coventry (dal profilo IG della società)

E ci vuole davvero la fine di un incontro memorabile per centrare il passaggio di turno: siamo al termine del secondo tempo supplementare, il Coventry conduce per 1-0 e tutto sembra annunciare l’imminente lotteria degli undici metri. Tant’è che i due allenatori in panchina hanno già stilato la lista dei rigoristi. Ma il calcio d’angolo battuto al 122’ dall’ex romanista Enzo Le Fée trova in area Daniel Ballard: il roccioso difensore nordirlandese compie una girata di nuca inspiegabile, una torsione innaturale che manda la palla nel sette. Ed è apoteosi biancorossa, il Sunderland pareggia la sfida e si guadagna l’accesso alla finalissima del 24 maggio a Wembley contro lo Sheffield United.

La finalissima

Mica facile contro la squadra arrivata terza in campionato, quattordici punti in più dei Black Cats. Sono gli avversari di mister Chris Wilder a passare in vantaggio con Campbell al 25’ del primo tempo. Ma il Sunderland, ça va sans dire, non muore mai e Mayenda al 76’ riapre i giochi. La finale si avvia nei minuti di recupero, tutto sembra far presagire i tempi supplementari quando la rete di Watson (siamo al 95’) completa la rimonta del Sunderland che in maniera davvero eroica strappa le chiavi del paradiso e ottiene nuovamente l’ingresso nella massima serie del calcio inglese.

Le Bris si guadagna il rinnovo e il parallelismo con mister Roy Keane, che nel 2007 portò il club in Premier, nell’ultima promozione della squadra nella massima serie.

I tifosi del Sunderland sono in estasi e si preparano a vivere una stagione incredibile, nel campionato che questa cittadina del nord-est inglese affacciata sul Mare del Nord, una realtà tutta calcio e appartenenza si merita. Pronti a lottare ogni partita fino alla morte. Sunderland ‘til the end. O magari – si spera – un po’ prima.

 

Eva Bertolacci