Passione, arti marziali e guerra in campo: l’italiano più ricordato dalle parti di Middlesbrough
Anno domini 1997. Gianluca Festa, oramai ai margini di un Inter continuamente sballottata dai continui cambi in panchina, ha appena ricevuto un’offerta dal Middlesbrough.
Festa si era creato una reputazione di difensore tosto e arcigno iniziando la sua carriera con la maglia della sua città natale, il Cagliari, proseguendola poi nell’Inter, esperienza, quest’ultima, divisa a metà da un anno di prestito alla Roma.
Facile immaginare che lo stile di un difensore duro e senza fronzoli si potesse sposare perfettamente al football inglese e il quasi ventottenne italiano decide di accettare la corte del Boro.
Inizia così una lunga storia d’amore fra la città, i suoi tifosi e il giocatore di Monserrato. Un amore genuino e limpido costruito grazie all’abnegazione e al sacrificio di Festa in campo, caratteristiche da sempre riconosciute da tutti i tifosi nel mondo, in particolar modo da quelli inglesi.
Un amore nel segno delle arti marziali, disciplina che il difensore italiano praticava già in patria e a cui darà continuità nella terra di albione: Festa, qui infatti scopre l’Aikado, antica arte che fa dell’equilibrio e dell’abilità nel movimento le sue caratteristiche principali. Non sorprende allora sentire in qualche intervista Uncle Fester (così lo avevano soprannominato i supporters del Boro) affermare che il suo avvicinamento all’Aikado era esclusivamente legato alla grande concentrazione che una disciplina del genere si porta dietro, concentrazione che lo aiutava quindi a prepararsi alle partite sul campo da gioco. Ma alla fine si trattava di colpire le persone con un bastone e Gianluca, a sentire gli istruttori dell’epoca, era un talento naturale.

L’arrivo di Festa negli Smoggies sopraggiunge in un momento e in una stagione particolarmente dura. La squadra è allenata da Bryan Robson e ha giocatori di assoluto livello come Ravanelli (LEGGI QUI), Juninho, Emerson e Schwarzer, ma faticherà per tutta l’annata che si concluderà con una inaspettata quanto dolorosa retrocessione. Il rammarico per i tifosi del Boro sarà nell’aver visto i nuovi acquisti, tra cui Festa, solo nella seconda parte di campionato, quando tutto era quasi definitivamente compromesso.
Nonostante lo psicodramma collettivo per la retrocessione, la metà di stagione giocata dal difensore italiano è assolutamente positiva. Il debutto è da sogno: goal e vittoria per 4 a 2 contro lo Sheffield Wednesday.
Saranno 10 i goal in 5 stagioni con la maglia del Boro: niente male per un difensore tutto contrasti e gioco duro. 10 goal che potevano essere 11. Uno, forse il più importante della sua carriera, gli viene annullato ingiustamente per fuorigioco lo stesso anno del suo arrivo in Inghilterra, nella finale di FA Cup contro il Chelsea. Un goal che avrebbe potuto cambiare l’esito di quella sfida, che vide i Blues alzare il trofeo al cielo (2 a 0 il risultato finale).
Nonostante i molti addii per la discesa in Championship, Festa decide da rimanere nella città che lo aveva accolto solo sei mesi prima. Si può dire che da qui in poi, il legame con la città e i tifosi diventa sempre più solido ed è ben immaginabile il perché: tra chi va e chi viene, il tifoso, ancora ancorato (per fortuna) ad un’idea di calcio d’altri tempi, dove il valore della maglia vale più di quello dei milioni nel conto in banca, non può che innamorarsi, sportivamente parlando, di chi lotta e suda per i colori della sua squadra, decidendo di rimanere per riscattarne l’onore, anche in una serie inferiore.
Andrà proprio così: Festa rimane e il Middlesbrough, anche grazie alla volontà di rivalsa del patron del club Steve Gibson che, nonostante la serie inferiore, acquista nell’ordine giocatori del calibro di Branca e Merson, aggiungendo nel mercato invernale la classica ciliegina sulla torta, che in questo caso è una ciliegiona chiamata Paul Gascoigne. Così il Boro torna subito in Premier, concludendo al secondo posto la Championship. C’è spazio per l’ennesima finale sfortunata, in questo caso quella di coppa di lega, dove i biancorossi perdono ancora contro il Chelsea sempre per due a zero, ma stavolta portando i Blues ai tempi supplementari.

Le stagioni successive vedono gli Smuggies affermarsi come solida realtà del calcio inglese. Festa sviluppa un grande rapporto con il manager Bryan Robson, diventando punto di riferimento della retroguardia del Boro.
C’era una caratteristica fondamentale del gioco di Uncle Fester che piaceva ai supporters biancorossi: la capacità di non mollare mai. Il gioco di Festa era spesso considerato ruvido e fu proprio questo suo modo di vedere il campo come una sorta di arena di gladiatori che maggiormente conquistò i tifosi. I suoi tackles sembravano voler affermare il sacrosanto diritto ad esistere di chi, seppur non avendo il talento di altri, si è guadagnato sul campo e con il lavoro di ogni giorno l’accesso ai palcoscenici più prestigiosi del mondo. Uno stile scontroso, non affine ai cultori dell’estetica e dei virtuosismi ma che all’interno di una squadra di calcio fa comodo eccome.
Naturalmente esiste una linea sottilissima che divide l’aggressività controllata dal pericolo di un eccesso di foga e alcune volte il difensore sardo questo limite lo sorpassò (chiedere a Kevin Philips per conferma), ma ciò non influì minimamente nel rapporto di reciproca stima tra la città e Festa.
Con l’avvento nel giugno del 2001 di Steve McClaren alla guida degli Smoggies iniziò un lento declino della parabola di Uncle Fester al Middlesbrough che portò il difensore italiano ad uscire mano a mano dalla formazione titolare fino ad essere rilegato ai margini del progetto.
Sono molte le voci che riguardano questo periodo della carriera di Festa. Sicuramente influì la reciproca antipatia tra il nuovo manager del Boro e il difensore (ce lo ha confermato quest’ultimo nel corso di una recente intervista) e l’episodio già citato della rissa in campo con Kevin Phillips durante un Middlesbrough – Sunderland fu la classica goccia che fece traboccare il vaso: McClaren furioso per il comportamento del suo giocatore definì l’accaduto “un fatto vergognoso” e di lì in poi Festa il campo non lo vide letteralmente quasi più.
Indubbiamente le idee del nuovo manager andavano verso un rinnovamento e una ricostruzione della rosa, cosa che di fatti avvenne alla fine della stagione 2001/2002. Sta di fatto che nel corso della stagione a Festa vennero preferiti i più giovani Gareth Southgate e Ugo Ehiogu e l’italiano chiuse l’annata con solamente sette presenze. Ultima apparizione in maglia biancorossa sarà la sfortunatissima semifinale di FA Cup contro l’Arsenal, decisa proprio da un autogol di Festa. Una partita che ben rappresenta gli ultimi anni del Boro, fatti di grandi match ma anche grandi recriminazioni. Un autogol che comunque non scalfì affatto l’affetto dei tifosi per Uncle Fester segno tangibile dall’apporto tecnico ed umano di Festa alla squadra e alla città negli anni della sua permanenza.
Era giunto il momento di salutare una piazza che lo aveva amato per più di cinque anni e infatti durante il mercato estivo del 2002 Gianluca fece le valigie direzione Portsmouth.
La sua carriera in biancorosso segna alla voce presenze il numero centotrentasei, il tutto condito da dieci marcature.
Ancora oggi se dalle parti di Middlesbrough chiedete qual è l’italiano di cui hanno più stima in molti vi risponderanno con questo nome: Gianluca Festa, Uncle Fester, un guerriero con ai piedi delle scarpe chiodate.