Se un Gunner qualsiasi, aggirandosi per un pub di Londra a metà degli anni ‘80, avesse vaneggiato, agitando una pinta di birra, circa un sottile filo rosso tra l’Arsenal e la dissoluzione della Jugoslavia, i compagni di brindisi gli avrebbero immediatamente sfilato il boccale di mano, convinti che l’alcool stesse facendo il suo corso sin troppo egregiamente.
Il sanguinoso conflitto balcanico comportò un embargo sportivo e la conseguente estromissione della nazionale slava da Euro 92′. Al suo posto avrebbe partecipato la sorprendente Danimarca, futura vincitrice della competizione. E il filo rosso? Che diavolo ci incastra la Jugoslavia con l’Arsenal, la politica col calcio? Beh, con tutta probabilità, qualora gli jugoslavi avessero regolarmente preso parte al torneo, il turbinio di colpi di scena che aprì le porte di Highbury ad Arsène Wenger ed ai suoi Invincibili avrebbe potuto non verificarsi mai. Infatti, difficilmente George Graham avrebbe mai sognato di acquistare John Jensen, se non lo avesse visto prendere per mano il centrocampo danese e trascinare i nordici ad un trionfo inatteso. Il tecnico dei Gunners rimase stregato dal talento di John, mostrandosi disposto a tutto pur di portarlo a Londra. Letteralmente disposto a tutto. La realtà dei fatti, non a caso, sarà più eclatante della più fervida delle immaginazioni.
L’ingaggio del centrocampista fu in primis un fallimento tecnico, a dimostrazione (a detta di qualcuno) di come Graham avesse perduto smalto e intuizione. Jensen avrebbe dovuto raccogliere, in mezzo al campo, la pesante eredità di gente del calibro di Thomas e Rocastle: la sua priorità era intercettare i palloni vaganti, ma, in quanto a idee su cosa farne dopo averli conquistati, lasciamo perdere. Ma poteva essere davvero così? Certo, il calcio è pieno di grandi acquisti che si rivelano flop, così come di errori tecnici; in questo caso però non c’entravano solo le scelte di campo, non era, purtroppo, tutta questione di calcio. La trattativa che condusse all’acquisto di Jensen fu infatti la causa scatenante dell’ignominioso esonero di Graham, un allenatore in rampa di lancio, pronto a spiccare il volo nell’olimpo delle panchine in Terra d’Albione.
Il tecnico scozzese aveva vinto e convinto, guadagnandosi piena stima da parte del board e totale autonomia operativa, il che significava pieno controllo sulla campagna acquisti, anche per ciò che concerneva lo svolgimento delle trattative e la stipula dei contratti. C’è da dire, come riportano correnti interne al club londinese, che George era molto geloso del suo operato, desideroso di avere tutto “under control”. Una posizione apicale, la sua, che se da un lato consentiva un coordinamento omogeneo e funzionale del progetto sportivo, dall’altro si prestava con estrema facilità all’abuso di potere: specialmente in un periodo in cui era fin troppo diffusa la “cultura della bustarella”, che consisteva nel condurre operazioni di mercato dopo aver ricevuto tangenti dall’entourage del giocatore in questione o addirittura dal club di provenienza. A fare le cose peggio degli altri, e finire nell’occhio del ciclone, furono soltanto Graham e Brian Clough, che divennero i capri espiatori su cui scaricare le colpe di un intero sistema deviato.
A testimonianza di quanto detto va il fatto che a contestare l’operato di Graham non fu la federazione inglese, tantomeno le autorità sportive competenti, ma l’amministrazione finanziaria. Il fisco britannico fu sollecitato nell’indagine da un articolo comparso sul Mail on Sunday nel ‘94, ben due anni dopo l’acquisto di Jensen da parte dell’Arsenal. Il quotidiano rese pubbliche alcune indiscrezioni sulla discrepanza tra i soldi pagati dall’Arsenal per Jensen e quelli effettivamente incassati dal Brondby. Così il fisco, ricostruendo le movimentazioni finanziarie, arrivò a contestare a Graham di aver ricevuto una mazzetta di 285.000 sterline in occasione dell’acquisto di Jensen, costato 1,57 milioni di sterline nel luglio 92′, più ulteriori 140.000 sterline per il successivo trasferimento di Pal Lydersen.
Lo scozzese sapeva benissimo di non poter muovere alcuna difesa efficace in relazione alle accuse mosse, così vuotò il sacco. Agli inquirenti disse che a gestire gli affari fu il sedicente procuratore Rune Hauge, ammettendo la propria ingordigia: “L’incontro fu normalissimo, almeno fino al momento in cui Hauge tirò fuori i soldi. Al momento pensai: <<Gesù, che bel regalo di Natale, Fantastico! La cosa ridicola è che quei soldi non avrebbero certo cambiato la mia vita. Avevo un ottimo stipendio, ma ho peccato di avidità. Di fronte alle tentazioni, sono debole come qualunque altro uomo>>”.
Non appena la storia divenne di pubblico dominio, Graham fu esonerato. L’aver conquistato due coppe nelle precedenti tre stagioni a nulla valse dinanzi all’onta ed al danno di immagine causato al club londinese. Le mazzette gli costarono una carriera, per la gioia dei suoi “antichi” detrattori nella capitale, che lo tacciavano di eccesso di difensivismo e di un gioco antiestetico per i canoni a cui era avvezzo il pubblico di Highbury. Il manager fu fatto fuori con un comunicato eloquente e categorico (definito pilatesco da alcune malelingue): “il tecnico non ha operato secondo gli interessi del club”.
A raffica, anche la Premier League prese atto degli illeciti di Graham, che fu squalificato per due anni dalla federazione. Scontata la squalifica, tornò inaspettatamente ad allenare: prima il Leeds e poi, incredibilmente, il Tottenham. Proprio a Londra. Proprio dagli acerrimi nemici di quell’Arsenal a cui aveva giurato fedeltà eterna, e che aveva tradito per qualche soldo in più: “Nelle mie vene scorrerà per sempre del sangue color rosso-Arsenal”. Queste le sue parole, scolpite nell’autobiografia scritta qualche tempo prima di accettare l’incarico con gli Spurs. Ma la voglia di riscatto era più forte, la brama di rivincita più grande. Poco importava se a tendergli la mano, a fornirgli l’opportunità di riconquistare la dignità perduta, erano i nemici storici. Doveva provarci. Purtroppo per George, però, la sua non sarà una storia di rivalsa. I risultati non arrivano, anzi le cose vanno male, molto male. Nulla è come prima, questa volta lo smalto e l’intuizione sembrano essere definitivamente perduti, e con essi la credibilità. E chissà quante volte il pensiero di quella bustarella avrà tormentato le notti insonni dello scozzese, consapevole di aver mandato al macero una carriera radiosa, oltre che la propria professionalità, con un unico ed ingordo gesto.